È bene che il Presidente della Regione Alberto Stefani dichiari di voler approfondire fino in fondo la vicenda InvestCloud e i 37 licenziamenti annunciati a Marghera.
È un chiarimento necessario, perché in questa vicenda occorre evitare semplificazioni e leggere con precisione ciò che sta realmente accadendo.
Nessuno, da parte nostra, ha mai descritto questa situazione come una banale sostituzione del personale con le macchine. Non è questa la dinamica che abbiamo di fronte. Qui siamo davanti a scelte strategiche che hanno a che fare con gli investimenti nell’intelligenza artificiale, con la loro localizzazione e con il ruolo che l’Italia, oggi, evidentemente non riesce ad avere dentro questa partita.
La motivazione richiamata nella lettera che avvia la procedura di licenziamento non può essere affrontata come se stessimo parlando di una delocalizzazione tradizionale, come quelle che in passato si spiegavano semplicemente con la compressione del costo del lavoro o con il trasferimento della produzione in un altro Paese. Non si può trattare questa vicenda come se fosse il trasferimento della produzione della Panda in Polonia. In questo caso il punto è più profondo: si decide di concentrare in alcuni Paesi gli hub dell’innovazione e dell’intelligenza artificiale, e tra questi Paesi con ogni evidenza non c’è l’Italia.
È proprio questo il nodo politico e industriale vero. Parliamo di lavoratrici e lavoratori altamente qualificati, di professionalità formate, di competenze costruite nel tempo. Parliamo di un settore ad altissimo valore aggiunto, che dovrebbe rappresentare una direttrice strategica per il futuro industriale e occupazionale del nostro territorio e del Paese. Se invece questi investimenti vengono orientati altrove, il rischio è che a pagare il prezzo del ritardo europeo e italiano siano ancora una volta le lavoratrici e i lavoratori.
Per questo fa bene la Regione Veneto, se davvero intende aprire una riflessione seria. Ma deve essere una riflessione vera: su come si attraggono investimenti di qualità, su come si costruisce una politica industriale capace di tenere insieme innovazione e lavoro, su come si evita che l’intelligenza artificiale diventi il terreno sul quale l’Italia resta ai margini mentre altrove si concentrano ricerca, competenze e prospettive.
Qui non c’entra una generica contrapposizione tra persone e macchine. C’entra invece una competizione internazionale ed europea sull’intelligenza artificiale che oggi non vede l’Europa, e tantomeno l’Italia, giocare il ruolo che dovrebbe.



