Comuni di confine, voglia di andarsene e crisi di governo del territorio

Le notizie di questi giorni sulla “voglia di secessione” e sulle ipotesi di passaggio di alcuni Comuni verso Friuli-Venezia Giulia o Trentino-Alto Adige non possono essere liquidate come folklore localistico o come una curiosità da campagna mediatica.

Sono, al contrario, un segnale politico serio: quando un territorio non si sente governato, quando servizi e infrastrutture arretrano, quando lavoro e welfare diventano più fragili, cresce l’idea che altrove si stia meglio.

Da anni si paventa una nuova autonomia come soluzione universale. Nel frattempo, però, qui non c’è stato alcun governo del territorio: non c’è stata programmazione, non c’è stata una strategia per ridurre squilibri e disuguaglianze, non c’è stata una politica pubblica capace di arrivare davvero dappertutto. Aree come il Veneto orientale, che vivono di stagionalità, precarietà e lavoro povero, soffrono una carenza strutturale di infrastrutture e una sanità più debole, e spesso vengono tenute insieme più da annunci che da investimenti. Se per anni si illudono territori già fragili raccontando che “l’autonomia risolverà”non deve stupire che oggi qualcuno guardi a Regioni che l’autonomia ce l’hanno davvero, e la usano per garantire servizi e capacità di spesa più robuste.

Se vogliamo evitare spinte di “abbandono del Veneto”servono scelte nette:

-       una riforma vera degli enti di area vasta, con competenze chiare e risorse su turismo, trasporti, programmazione dei servizi, infrastrutture, politiche attive del lavoro e governo dello sviluppo;

-       un piano per il Veneto orientale che tenga insieme lavoro, destagionalizzazione, qualificazione dell’offerta turistica, contrasto al lavoro povero, sicurezza e diritti;

-       un rafforzamento immediato della sanità pubblica e territoriale, perché la distanza dai servizi è una delle cause principali di disuguaglianza e sfiducia;

-       un nuovo protagonismo municipale dentro una cornice di area vasta: non “ognuno per sé”, ma Comuni messi nelle condizioni di cooperare e ricucire, non di competere e dividersi.

La controproposta che in queste ore riaffiora - “facciamo votare le Province” -  non risolve nulla se resta uno slogan. Anche noi sosteniamo da tempo che occorra restituire legittimazione democratica agli enti di area vasta, ma qui il punto decisivo è un altro: quali funzioni, quali competenze, quali risorse e quale ruolo per gli enti intermedi? Senza questo, parlare di elezione diretta è una risposta senza prospettiva, che non affronta il nodo vero: la ricostruzione di una catena di programmazione e di servizi capace di tenere insieme territori diversi, ridurre fratture e garantire diritti esigibili.

La Regione non può pensare di essere solo un ente che distribuisce provvedimenti a pioggia o gestisce emergenze: dovrebbe fare programmazione, coordinamento, riequilibrio territoriale. La realtà è che la Regione arretra sulla sanità territoriale, non costruisce un piano serio per infrastrutture e mobilità, non governa la transizione produttiva, non contrasta con efficacia precarietà e dumping, non mette al centro la qualità del lavoro e la stabilità occupazionale, non affronta in modo strutturale il tema dell’abitare e dei servizi pubblici.

La tentazione di cambiare Regione non si combatte con i proclami, né con scorciatoie istituzionali. Si combatte con diritti, servizi, lavoro di qualità e una programmazione che rimetta insieme il territorio invece di aumentare fratture e marginalità. Come organizzazioni sindacali chiediamo alla Regione un confronto immediato con amministrazioni locali e parti sociali: o si torna a governare davvero il Veneto, oppure queste spinte continueranno a crescere.