Medicina territoriale: la riforma è stata affossata da chi oggi dovrebbe garantire le cure

Da un lato l’accordo tra ULSS 3 e Fimmg sulla presenza dei medici nelle Case di comunità, dall’altro il Centro di medicina del Terraglio che offre triage telefonico e visita a 80 euro.

Riteniamo che questi due fatti, letti insieme, raccontino lo stesso fallimento.

Non è in discussione la scelta del dialogo al posto dell’imposizione. Il punto è che il dialogo si apre con chi, fino a ieri, ha fatto di tutto per non cambiare nulla.

Sono passati quasi 4 mesi da quando la Regione ha annunciato l’operatività delle Case della comunità, il tempo per il dialogo e per far funzionare le cose c’è stato, ora è il tempo di garantire le cure ai cittadini – dichiarano Daniele Giordano, Segretario generale CGIL Venezia, Daniele Tronco, Segretario generale SPI CGIL Venezia, e Paolo D’Agostino, Segretario generale FP CGIL Venezia.

La riforma della medicina territoriale è stata ritirata il 10 giugno 2026, e con lei è saltato l’inserimento dei medici di famiglia nelle Case di comunità e il passaggio alla dipendenza per una parte di loro. Il testo aveva ricevuto l’adesione di tutti i presidenti di Regione. A fermarlo sono stati i sindacati corporativi, che lo avevano definito inattuabile e pericoloso per i pazienti, e una maggioranza di governo divisa al proprio interno. Oggi gli stessi attori, che hanno parlato di “boomerang” per la riforma, sono chiamati a garantire l’assistenza che hanno impedito di riorganizzare.

I numeri veneziani lo confermano. Dei circa 340 medici di base dell’ULSS 3, solo 70 hanno aderito all’accordo per lavorare nelle Case di comunità, e a oggi hanno iniziato in sette. Restano scoperte le Case di comunità della città d’acqua: Giustinian, Civile e Lido. Dietro la cifra di sessanta euro l’ora per i medici c’è un fatto semplice: i residenti della città metropolitana non hanno l’assistenza territoriale a cui hanno diritto.

Il quadro era già noto tra il 2020 e il 2024, quando i medici di base dell’ULSS 3 sono scesi da 402 a 349, il 13% in meno. Anche l’impegno sul territorio è sotto la media regionale: l’assistenza domiciliare integrata riguarda lo 0,1% degli assistiti, contro il 2,2% del Veneto, dati 2023.

In questo vuoto – concludono Giordano, Tronco e D’Agostino – il privato fa affari d’oro. Gestisce le prestazioni a bassa complessità, le fa pagare, e invia al Pronto soccorso i casi più gravi. Il paradosso è che, per sgravare i Pronto soccorso, il sistema pubblico deve sperare che i cittadini paghino di tasca propria.

Il fenomeno è nazionale: nel 2024 la spesa sanitaria a carico dei cittadini ha toccato i 41,3 miliardi, il 22,3% del totale, mentre la soglia indicata dall’OMS è il 15%. Tra il 2016 e il 2023 la spesa pagata di tasca propria presso strutture private non accreditate è aumentata del 137%: da 3,05 a 7,23 miliardi. E nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone, il 9,9% della popolazione, hanno rinunciato a una o più prestazioni necessarie.