Le notizie sulle candidature espressione delle comunità straniere – a partire da quella bengalese, oggi la più numerosa nel Comune – non sono altro che un segnale che fotografa una città che cambia e che non può più essere raccontata come se fosse ferma a vent’anni fa.
Lo dichiara Daniele Giordano, Segretario Generale CGIL Venezia, commentando il dibattito emerso in queste ore sulle candidature di cittadini di origine bengalese nelle diverse liste e sul tema della loro rappresentanza.
Ma attenzione: il punto non è “eleggere qualcuno” e archiviare la questione. Il fatto che cittadini italiani di origine straniera si candidino a ricoprire cariche pubbliche in città è fisiologico e legittimo, e di per sé è indipendente dal manifestare o no determinate sensibilità.
Il punto, che prescinde dalla nazionalità di candidate e candidati, è costruire riconoscimento e diritti reali per chi vive e lavora qui, per chi lo fa onestamente, e al tempo stesso proteggere chi finisce nelle maglie dell’illegalità e dello sfruttamento. La politica non può usare queste comunità come terreno di scontro né come “pacchetto di voti”. Deve assumersi impegni chiari e verificabili.
Vorremmo sentire da subito che tutte le forze politiche dicano con chiarezza cosa intendono fare sul fronte del lavoro che vede occupati sempre più cittadini stranieri: come intendono contrastare i sistemi di appalto e subappalto che alimentano dumping e ricatti, nella manifattura come nel turismo. È indubbio che si possa manifestare un problema di fragilità economica, sociale e relativa al funzionamento della legge. La conseguenza è una maggiore ricattabilità.
Chi si candida ad amministrare come intende rafforzare e sostenere strumenti di controllo, clausole sociali e responsabilità della committenza? Serve una chiara scelta politica dell’Amministrazione comunale di costruire con tutti i soggetti istituzionali strumenti di tutela dei diritti e informazione, a partire da chi è più esposto al lavoro grigio e nero. Come CGIL in questi anni abbiamo visto come l’integrazione debba passare per il lavoro dignitoso, l’applicazione dei contratti, la sicurezza e il riconoscimento di salari corretti. E non esiste “ordine” senza legalità nelle filiere economiche.
Parallelamente, serve costruire luoghi strutturati di dialogo. Quello che ci chiedono lavoratrici e lavoratori è di avere luoghi riconosciuti di dialogo. Oggi siamo di fronte a una società che cambia e che, com’è stato ricordato anche nel dibattito pubblico recente, ha bisogno di interlocutori e strumenti di rappresentanza.
Che si chiami Consulta delle comunità straniere o in altro modo, deve esistere un luogo stabile in cui le comunità possano portare bisogni, proposte e criticità. Spazi in cui il Comune possa costruire politiche di integrazione nel rispetto delle norme del nostro Paese, senza improvvisazione e senza strumentalizzazioni elettorali.
Infine, c’è un tema che continuiamo a rimuovere e che poi riemerge solo come scontro: la libertà di culto. Per molti lavoratori e lavoratrici di origine straniera la religione è un tratto identitario importante, prima di tutto come persone. Non possiamo continuare a non affrontare il tema, lasciandolo diventare ciclicamente materia di tensione e propaganda.
Una città multietnica non si costruisce attraverso i nomi delle candidate e dei candidati: si costruisce con diritti, lavoro dignitoso, ascolto e responsabilità - conclude Giordano.



