PIANO B CERCASI, DISPERATAMENTE!
Premessa
Questo è quanto scrivevamo, unitariamente, il 21 dicembre 2016, proclamando scioperi per il 26 e 31 dicembre:
“”Le scriventi Federazioni ritengono inaccettabile la mancanza di iniziative aziendali che, come ripetutamente annunciato, avrebbero dovuto portare a nuovi splendori la casa da gioco. Nulla è successo in questo anno e mezzo dall'insediamento della nuova struttura dirigenziale, se non la conferma di ingressi e incassi in diminuzione, sinergie mancanti, marketing inesistente, relazioni industriali a spot.

Il bilancio che ne ricaviamo è di abbandono del core business, che si traduce, per la sede di Venezia, nell'abuso festaiolo, per quella di Ca' Noghera, in un forte declino, nella cattiva gestione
del gioco ed esasperante gestione del personale. In generale manca l'attrattività e la ricerca di un target più elevato di clientela, manca una visione di futuro.
Non vorremmo pertanto che, con l'arrivo del 2017, il conto di tale condizione venisse presentato ai lavoratori, con iniziative strutturali e cambiamenti radicali ai loro danni, mentre invece sono rimaste inascoltate le proposte e le disponibilità sindacali.””
Gli scioperi sono rientrati a seguito degli affidamenti forniti con l'incontro del 22 dicembre con l'Assessore competente e il C.d.A., a Ca' Farsetti.
Ebbene ci siamo: stiamo capendo che il conto, effettivamente, viene presentato ai lavoratori!
Non per questo riteniamo di aver sbagliato a ritirare quegli scioperi, anzi. E nel successivo comunicato scrivevamo:
“”Al Casinò di Venezia il 2016 si chiude con un bel più 1 milione e ottocentomila di incassi rispetto all'anno precedente. Unico fra i quattro Casinò italiani.
Non possiamo che esserne lieti. Ma quale avrebbe potuto essere il risultato, se quest'onda positiva fosse stata sostenuta anche da un vero Piano di Impresa, che manca da due anni?
Se è vero che non è mai troppo tardi, noi la nostra parte l'abbiamo fatta, evitando di funestare con due giornate di sciopero il proficuo periodo natalizio e fidandoci dell'annuncio di un Piano di
Rilancio comunicato dall'Assessore Michele Zuin il 22 dicembre u.s., in occasione dell'incontro avvenuto a titolo di procedura di raffreddamento.””
Ritirando quegli scioperi, salvando il risultato finale dell'anno, abbiamo aperto una linea di credito che oggi deve passare all'incasso. Soprattutto perché (dichiariamolo subito) esprimiamo forti riserve e perplessità (lo diciamo con uno sforzo di garbo) riguardo al “Piano d'Azione” presentato, modalità di presentazione comprese...
Manca di respiro e avevamo chiesto un Piano triennale, soprattutto consapevoli della necessità di sviluppare un'azione continuata e coordinata nel tempo, ancor più del fatto che la carenza di risorse non consente interventi d'urto.
Manca un'idea di rilancio e tutti i confronti precedenti vertevano su disponibilità al sacrificio per reinvestire le economie a tale scopo.
Tuttavia accetteremo il confronto, quale forza serena e responsabile, per nulla spaventati dal contingentamento dei tempi, auspicando invece che i tempi del negoziato rappresentino solo step legati a obiettivi, non spade di Damocle o, peggio, minacciosi ultimatum.
Lo accetteremo tanto che, con questo documento, vogliamo esprimere a tutto tondo i nostri orientamenti e approcci, per i diversi temi in questione, dichiarando anche ciò che ci sarebbe piaciuto o non piaciuto trovare in un Piano d'Impresa. Non siamo manager, non è il nostro mestiere, non ne siamo capaci, ma un po' di spunti “dal basso” ci sentiamo di fornirli e se saranno cestinati, pazienza, ma se anche uno fosse assunto e sviluppato da chi del mestiere lo è, non rivendicheremo royalty.
D'altro canto giudichiamo anomalo il confronto diretto fra Proprietà e Sindacato, in assenza di un soggetto che risponda alla definizione di Datore di Lavoro, A.D. o C.E.O. che dir si voglia. Visto poi che tale condizione produce, fra l'altro, una oggettiva rarefazione delle Relazioni Sindacali, è anche utile rappresentare per iscritto, e compiutamente, le posizioni che, diversamente, esprimeremmo in ambiti di confronto più assidui e, appunto, di natura industriale.

Sedi e siti.
Il Piano d'Azione del 20 febbraio 2017 mette al centro della scena la questione delle sedi, questione storica e che da molti, troppi, anni ruota attorno a una nuova sede del Casinò da edificare al Quadrante Tessera, che ormai assomiglia a un'antica leggenda, neanche più a una fiaba. Quella sede non si farà mai, non ci sono i soldi, non ci saranno mai ed è perfino, fortunatamente, archiviata la pratica del ricco privato, che viene, rileva, edifica.
Diciamo subito che non ci appassiona la dismissione di Ca' Vendramin Calergi e che troviamo autolesionista, anche in presenza di una grande, nuova, sede in terraferma rinunciare all'opportunità che ha il Casinò di Venezia, a differenza degli altri tre Casinò nazionali, di esercitare l'autorizzazione al gioco d'azzardo su due siti, peraltro con un target di clientela assolutamente diversi, non sovrapponibili né riassorbibili.
Ca' Noghera è una realtà che necessiterebbe di un robusto e costoso intervento di ristrutturazione e ampliamento e la cui collocazione geografica, si rivela, sempre più nel tempo, inadeguata all'attrattività che dovrebbe essere la bussola di ogni riflessione sul Casinò di Venezia. In presenza della chiusura di Ca' Vendramin Calergi, Ca' Noghera non assorbirebbe quella clientela, che certamente si rivolgerebbe verso altre Case da Gioco, che ringrazierebbero, accogliendo a braccia aperte.
Ma sfidiamo gli oscuri estensori delle tabelle, che vorrebbero dimostrare che Ca' Vendramin Calergi è un disastro, ad entrare nel dettaglio degli andamenti dell'ultimo anno e mezzo (tutti in crescita, diversamente da Ca' Noghera), pur nella totale assenza di vere politiche di marketing e attrazione della clientela pregiata, al netto del richiamo dello chemin de fer che, sostanzialmente, si autoriproduce.
Senza contare poi l'abbandono del brand che una siffatta operazione comporterebbe, con l'oscuramento di immagine che ne deriverebbe. Proviamo a immaginare, per un attimo, sulle riviste specializzate, la foto del Palazzo sul Canal Grande, sostituite con quelle di Ca' Noghera, post restyling, cioè post intervento di stucco e pittura (ci perdoneranno gli eccellenti scenografi della Fondazione Teatro La Fenice, che hanno curato il progetto, secondo quanto dichiarato dal Sindaco, ma preferiamo che continuino a regalarci i loro capolavori di illusione e emozione sul palcoscenico del
Teatro!).
Dunque due sedi, due siti, due clientele, se l'obiettivo non è quello di messa in liquidazione della Società.
Parimenti siamo contrari ad asserragliare al 3° piano le attività di rilascio e controllo tessere di ingresso, le slot, i tavoli di gioco tradizionale con una contrazione degli spazi destinati all'attività preminente della casa da Gioco. Magari anche con il bel risultato di infastidire la clientela.
Per fare cosa? Per far visitare un palazzo sede di un Casinò anche ai minori? E la legislazione che intima di tenere a debita distanza attività di gioco d'azzardo, da siti frequentati da minori?
Forse un bambino non è interessato a visitare Ca' Vendramin Calergi, ma il papà e la mamma, in abito da sera sì: disinteressati al gioco, sono interessati all'ingresso nel salone nobile per partecipare a cene e feste lussuose, specialmente se ospiti non paganti. Nell'ultimo periodo infatti è ricominciata una dispendiosa pratica festaiola, non orientata al Core Business aziendale, per la quale il bilancio di costi e ricavi è oscuro ai più, ma qualche voce non confermata vorrebbe che in recenti occasioni siano stati la metà gli ospiti non paganti (e non giocanti, solo mangianti e beventi!). Di certo
in qualche recente situazione, con tanto di chef stellato, clienti alto-spendenti del casinò (quelli, per capirci, che lasciano alla casa da Gioco decine di migliaia di euro a sera), siano stati freddamente allontanati per ...tutto esaurito!
Ma se si vuole stipare le attività della Casa da Gioco tutte al terzo piano, allora non è malizioso pensare che si vuole infliggere il colpo di grazia a quella sede, per poi chiuderla.
Riprenderemo qualche ragionamento su Ca' Vendramin più avanti, ma ci siamo guardati attorno e ci siamo detti che un bellissimo, grande e nuovo sito che potrebbe ospitare la sede di terraferma della Casa da Gioco, in alternativa a Ca' Noghera, c'è già. Non sappiamo quanto praticabile ne sia l'utilizzo, né quanto costi farlo, (non è nostro compito) ma non c'è da combattere con autorizzazioni aeroportuali o con la Sovraintendenza ai beni archeologici, come per ampliare Ca' Noghera.
È il Padiglione Aquae.
Oggi è ridotto a un parcheggio e rischia di diventare uno dei consueti italici sprechi, eppure è un'architettura stupenda di Michele De Lucchi, con 10.000 Mq (il doppio di Ca' Noghera), un grande, unico spazio, elegante, moderno, tecnologicamente avanzato, dove la fantasia di una buona Direzione Giochi si sbizzarrirebbe nell'inventare il layout di dislocazione di tavoli e macchinette più efficace a coinvolgere e far sognare la clientela!
Peraltro con una collocazione che non sfuggirebbe a nessuno che arrivi a Venezia e, per la quale, l'investimento per la riqualificazione del sito, la costruzione di una darsena, le opere di miglioramento viario, diventerebbero un'opportunità e non una spesa.
E per continuare a lavorare di fantasia e debordare dai compiti sindacali, torniamo su Ca' Vendramin Calergi. Insistiamo: è da anni che è aperta la gara, in diversi Comuni di questo Paese, a candidarsi a ospitare un Casinò. Venezia ne ha due e l'Amministrazione Comunale pensa alla chiusura di una delle due sedi, diverse per offerta, stile e target di clientela e che perciò rappresentano un'offerta integrata e un business complementare. Manca il valore aggiunto del resort collegato al Casinò, ma si può rimediare. Perché non pensare a ricollocare gli uffici amministrativi in area P.le
Roma o al Vega (a due passi dal Padiglione Aquae), e realizzare poche camere ma di super lusso a Ca' Vendramin Calergi, assieme all'attiguo palazzo Ca' Marcello? Che splendida suite sul Canal Grande sarebbe l'ufficio del Presidente!
Sappiamo che al Lido i lavori di restauro della vecchia sede procedono: una volta completati saremmo disponibili al confronto sul ripristino dell'utilizzo stagionale della vecchia sede estiva. Necessariamente all'interno di un complessivo di rilancio del Lido di Venezia, capace di attirare importanti capitali privati e turisti danarosi!
Fantasie le nostre? Forse, ma auspichiamo l'arrivo di un Mister che ci faccia sognare! Disponibili a tutto se all'ordine del giorno c'è il rilancio.

I conti, la Corte dei Conti e due milioni di sfumature di rosso.
Non sarebbe competenza del Sindacato entrare nel merito della gestione amministrativa e politica di un'Azienda, quando questa risponda agli interessi propri e abbia la capacità di esprimere una conduzione che risponda alla sua solidità, senza mettere a repentaglio i posti di lavoro. È per questo che, memori di anni di scelte, a vario titolo ed effettuate da diversi interlocutori, irresponsabilmente sbagliate, le decisioni di merito sugli indirizzi futuri del Casinò di Venezia, sono affar nostro, di Sindacato e Lavoratori, e in ciò tentiamo di portare a sintesi sentire, opinioni e
elaborazione collettiva di chi ci lavora, come minimo a titolo di contributo democratico che possa sviluppare un dibattito pubblico, alla luce del sole, per una realtà produttiva
che per troppo tempo ha subito le scelte sbagliate maturate fra pochi “addetti ai lavori”, nei salotti buoni della Città.
Insomma Sindaci, Amministrazioni Comunali, Manager (o presunti tali) passano. I Lavoratori vorrebbero, possibilmente, riuscire ad arrivare alla pensione! Quest'Azienda potrebbe perfino riprendere a dare nuova occupazione.
La situazione in cui versa la Casa da Gioco è figlia delle passate gestioni. Ed è stupefacente che quella attuale taccia questo dato!
La vendita del marchio alla controllata Meeting & Dining, l'attribuzione del Palazzo del Casinò del Lido per rimpinguare il capitale sociale, l'enorme debito a cui è stata assoggettata l'Azienda con l'acquisto di Ca' Vendramin Calergi, sono solo alcune delle operazioni effettuate per spremere dal Casinò più risorse di quante fosse effettivamente in grado di erogare.
Così relazionava il Sindaco Orsoni al Consiglio Comunale il 28 novembre 2011 per dichiarare tali condizioni e giustificare l'avvio dell'improvvida iniziativa di vendita (subconcessione): “(...) A fronte di questo continuo trend di flessione degli introiti, tuttavia, i trasferimenti in favore dell'Amministrazione Comunale non hanno registrato una proporzionale riduzione, anzi, l'Azienda si è vista costretta ad erogare all'Ente pubblico importi superiori a quanto nelle sue capacità generando, di fatto, risultati sempre in perdita che hanno minato la struttura patrimoniale e finanziaria della Società (…).
Ma Orsoni, criticando quelle modalità, trovava la soluzione a questo stato di cose … vendendo! Il peggio è che l'operazione è stata un flop! Non solo, ha anche prodotto un “mostro”: con lo scorporo di CdV Gioco dalla società madre, è nata una Società nettata dai debiti, con un capitale ridotto ma di sufficiente sicurezza, mentre la controllante Casinò Municipale di Venezia è diventata una Società caricata dei debiti, che gode delle proprietà immobiliari, le cui uniche entrate però, in assenza del buon fine della subconcessione, si limitavano agli affitti pagati dalla controllata CdVG, mentre i debiti generavano e continuano a generare interessi insopportabili.
È da tale condizione che nasce la continua esigenza di ricapitalizzazione di quella Società, ora nuovamente fusa con quella di Gioco, che ha costretto più volte il Comune a buttarci dentro soldi pubblici, per obbligo di legge ed evitare di portare i libri in Tribunale, prima con il Commissario e ora con l'attuale Giunta.
Ma non era (e non è) il Casinò, ad essere in perdita, quello che produce al Comune entrate, quello che fa Gioco (quando non finanzia e sperpera soldi in interessi non funzionali al suo business...), ma la sua parte immobiliare, malata e “minata” nella sua struttura “finanziaria e patrimoniale”.
La Corte dei Conti, nella sua deliberazione 110/2017/PRSP, emessa dall'adunanza del 2 febbraio 2017, si astiene da questa nostra ricostruzione storica (è, purtroppo o fortunatamente, ancora cronaca) e politica, per approfondirsi proprio sugli andamenti finanziari e patrimoniali, esprimere “rilievi”, dettare orientamenti vincolanti: è chiaro che la magistratura contabile non fa politica ed è estremamente delicato e complesso esprimere a tutto tondo quale è stato il problema, in questi anni, almeno dal 2007 ad oggi, ma è altrettanto chiaro che la Corte vincola il Comune di Venezia a fare proprio
l'esatto opposto di quello che questa amministrazione sta interpretando.
Così la Corte:
...”la situazione finanziaria [della Società] è fortemente condizionata dal rapporto di convenzione che intercorre con l'ente ed, in particolare, dall'entità e modalità di corresponsione del corrispettivo per la gestione del servizio ad essa affidato, incidenti in misura rilevante sulla capacità di produrre reddito utili) piuttosto che perdite.
La società che si occupa della gestione della Casa da gioco (il casinò di Venezia appunto), pur svolgendo un'attività imprenditoriale di tipo commerciale e non un servizio pubblico o di utilità collettiva, gestisce i proventi di tale attività secondo modalità del tutto peculiari: questi, infatti, vengono versati interamente al Comune e sul loro ammontare viene corrisposto alla società un canone percentuale, non commisurato ai costi di gestione.
Per effetto di tale meccanismo, pur risultando i ricavi della gestione superiori ai costi, l'utile di impresa si trasforma sistematicamente in una perdita. L'attività in questione, in sostanza, benché di per sé produttiva, a causa della interferenza del socio, che trattiene una percentuale di ricavi superiore ai costi, genera perdite costanti.”
E ancora:
“I proventi derivanti dalla gestione della Casa da Gioco (…) rappresentano entrate tributarie dell'ente locale solo quando, con la periodicità stabilita, vengano versati a questo quale risultato netto della gestione”, cioè “solo quando pervengano, sotto forma di utili, all'ente”.
Altro che due milioni in rosso, è il Comune di Venezia responsabile di quel “rosso”, con scelte “quanto meno discutibili”! Il successivo invito della C.d.C., per la partecipata Casinò, è di “valutare attentamente le future scelte di governance e di gestione con riferimento alle medesime”.
Non manca poi la Corte di evidenziare come “tra il 2010 e il 2014, il costo del personale si è ridotto di euro 15.233.812 (26,22%), processo che è continuato fino ad oggi al quale il Sindacato ha dato un significativo contributo. Ma anche una riduzione che è costata flessione delle retribuzioni dei Lavoratori. Come dire: se non abbiamo già dato, sicuramente non siamo all'anno zero!
Doveroso anche ricordare che Venezia è l'ente pubblico che chiede di più al proprio Casinò, ben oltre Campione, Saint Vincent e Sanremo.

I diritti individuali e collettivi dei lavoratori.
Non esiste (anche se ci abbiamo provato) Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro per il personale dipendente dei Casinò di questo Paese.
Per il Casinò di Venezia esiste il Contratto Aziendale di Lavoro (il famoso libro blu), che non ha espressamente fissata in articolato una data di scadenza, nonché tutti gli accordi successivi.
Ma al di là della originalità, esclusività e vetustà di tale disciplina collettiva, la stessa è stata registrata – e quindi aggiornata - nell'accordo 2.8.2012, presso Confindustria, a
titolo di trasferimento di ramo d'azienda (art. 2112 c.c. novellato dall'art. 47 della L. 29.12.1990, n. 428), da cui sono anche derivate le conciliazioni individuali in sede sindacale, art. 410 c.p.c., specificando quindi il mantenimento di tali discipline e di tutti i diritti acquisiti.
Peraltro lo stesso accordo, del 2.8.2012, veniva pedissequamente richiamato e ripreso Nell'accordo 12.9.2013, con il Sindaco Orsoni, sulle garanzie nella privatizzazione, allegato alla relativa Delibera del Consiglio Comunale e perfino incardinato nel provvedimento di autorizzazione del Ministero dell'Interno, che ne raccomandava l'osservanza.
Tutto ciò per affermare che non sono praticabili atti d'imperio, se ne si vuole la modifica, ma la normale e faticosa via negoziale.
Ma su un piano più squisitamente politico, la domanda è: può l'Amministrazione Comunale violare a cuor leggero i vincoli che avrebbe imposto al Privato?

I piani sbagliati aiutano il declino, flessibilità sì, ma per fare cosa?
Non intendiamo, in questa sede entrare nel merito tecnico e contrattuale delle materie, ma due temi a carattere generale troviamo necessario affrontarli.
Il primo riguarda il gioco elettronico: manca un'analisi approfondita dei fattori critici delle Slot Casinò, malgrado dovrebbero essere più appetibili di quelle esterne per le ovvie maggiori garanzie che il sistema pubblico offre. Ma su un Paese con la media di una macchinetta ogni 151 abitanti e un fatturato annuo di 26,3 miliardi all'anno, siamo così sicuri che continuando a incrementare, automatizzare e rinnovare il parco macchine, la cosa attiri clientela o piuttosto non dissuada la clientela abituale, che, magari, non trova più la macchina dalla quale sperava di farsi restituire i soldi prima
giocati?
Ampliamento dell'offerta oraria di gioco. Tante volte l'abbiamo auspicato, oggi ci chiediamo: ”per fare cosa? Per presidiare, dritti sull'attenti come fusi, sale deserte?”
Anche in questo caso, disponibili a flessibilità e sacrifici in direzione di un obiettivo comune di rilancio, non a far pagare ai lavoratori incolpevoli il prezzo di scelte sbagliate da parte di chi amministra.
Ci piacerebbe innovare, introdurre un modello moderno di organizzazione del lavoro e di struttura del salario orientato agli obiettivi e al risultato, ma non siamo abituati a
prendere in giro i lavoratori, perché, con le attuali condizioni e senza vedere imboccare strade diverse e strategie aziendali vincenti, sarebbe un orientamento assolutamente unilaterale ai loro danni!

Conclusioni:
dateci un Amministratore Delegato che rediga un Piano di Rilancio vero.
Quello che ci è stato presentato è un Piano di (destruttur)Azione Industriale. Non sappiamo chi ne sia l'oscuro (o oscuri) estensore, ma non ci sembra molto pratico.
L'abbiamo atteso per mesi e mesi e siamo profondamente delusi. Mesi di attesa e adesso ci sono quaranta giorni per non mettere in liquidazione l'Azienda!
Normalmente è un Amministratore Delegato, un manager vero, che redige il Piano Industriale dell'Azienda che guida, sue sono le gambe che gli dà, sue le azioni gestionali, sua, anche, la misura dei risultati, in cui gioca carriera e responsabilità.
Dateci un Amministratore Delegato, che sia a tempo pieno, che abbia esperienza (non necessariamente del settore) e competenza riconosciute, che adegui la propria managerialità a questo mondo piuttosto particolare e non tenti di adeguare il Casinò alla propria managerialità.
Dateci un Manager che sappia lavorare al rilancio, perché a partire dai COSTI non se ne viene fuori. Ci vogliono i RICAVI e quest'Azienda sta ancora dimostrando sussulti di vitalità!