Nel giorni scorsi si sono succeduti alcuni articoli sulla Nuova Venezia in vista dei 100 anni dalla nascita di Porto Marghera. Una serie di articoli interessanti, sicuramente utili per capire quale sia stata negli anni l’evoluzione del polo industriale, la sua nascita, il suo sviluppo, le sue crisi ricorrenti, fino alla grave situazione attuale, quella cioè di una delle più grandi aree industriali di Europa quasi desertificata, priva di progetti e di idee per il suo rilancio.

 

Marghera è un’area che, se debitamente valorizzata ed innovata con progetti di sviluppo sostenibili, avanzati e non impattanti, può contribuire alla ripresa produttiva del paese e riequilibrare nel territorio i rapporti economici oggi fortemente sbilanciati verso il turismo e verso un terziario poco avanzato.

Ciò detto, nel valutare la parabola discendente di Porto Marghera, nelle analisi fin qui svolte pare mancare un giudizio sulla scelta compiuta nel nostro paese agli inizi degli anni 90, cioè le privatizzazioni, che dal nostro punto di vista hanno contribuito notevolmente alla crisi di Porto Marghera fino al declino e alla chiusura di gran parte delle sue attività produttive. Si tratta di valutare con obiettività la qualità delle privatizzazioni avviate nel nostro paese prima e agli inizi degli anni 90, che tanta parte hanno avuto nel segnare negativamente i destini dell’area industriale di Porto Marghera. Privatizzazioni, che vogliamo ribadire sono avvenute al di fuori e senza un disegno di politica industriale sostanziato allora con la fine delle partecipazioni statali in quanto strumento di gestione ed intervento pubblico in economia.

Infatti fino agli inizi degli anni 90 lo sviluppo di Porto Marghera si era fondato soprattutto sul protagonismo dello stato attraverso i propri enti di gestione, ENI – IRI – EFIM, in particolare nel settore metalmeccanico e chimico. Per gran parte Porto Marghera era fatta di manifatturiero metalmeccanico con considerevole presenza di industrie siderurgiche, di produzione di metalli non ferrosi, di produzione di rame e zinco, di cantieristica navale, di strumenti ottici e di occhialeria, tutte in mano pubblica, nonché di tantissime aziende minori legate ai processi di manutenzione del polo e a lavorazioni specifiche di meccanica generale.

La realtà metalmeccanica ha rappresentato uno spaccato importante di Porto Marghera ed al pari di altri settori, (chimica, edilizia, agrolimentare, ecc.) ha vissuto il processo di crisi che ha investito l’area industriale nell’arco degli ultimi 20 anni formandosi anche una idea precisa sugli accadimenti.

Si pensi, per stare al metalmeccanico, quanto accaduto all’alluminio, ad una attività allora organizzata come filiera che verticalizzava ed integrava il processo produttivo dalle prime alle seconde e terze lavorazioni, che aveva reso Marghera il cuore industriale del settore. Le economie di scale praticate rendevano profittevole un settore su un prodotto, l’alluminio, che vede ancora oggi il nostro paese in cima ai consumatori europei, tuttavia oggi la quasi totalità dell’allumino consumato deve essere importato perché l’Italia è uscita dal settore a seguito delle chiusure e delle delocalizzazioni operate dagli imprenditori privati.

La liquidazione dell’EFIM ha comportato nel 1996 la vendita di parte degli stabilimenti ex ALUMIX di Porto Marghera alla multinazionale Alcoa con il conferimento di 860 lavoratori ma anche la vendita ad imprenditori locali delle terze lavorazioni, tra queste l’Alutekna di Marghera e quella di Marcon, l’impianto di Trafileria e corderia di Marghera.

Il bilancio di quella privatizzazione non può certo dirsi positivo: la presenza di Alcoa in Italia, dopo la chiusura del primario di Porto Vesme e la vendita delle produzioni di estrusione, è esclusivamente riconducibile allo stabilimento di Fusina, passato nel frattempo ad occupare poco più di 300 lavoratori, sito che Alcoa ha in questi giorni dichiarato di voler vendere facendo presagire l’uscita definitiva della multinazionale dal nostro paese con la messa in discussione della continuità produttiva ed occupazionale.

Peggio in questi anni è andata ai lavoratori della ex Alutekna e della Trafileria e corderia, tutti licenziati a seguito della chiusura delle fabbriche avvenuta solo pochi anni dopo la cessione delle attività a privati.

Ciò è accaduto in tanti altri settori ceduti ai privati: è il caso della cantieristica con la chiusura di Arsenale Spa di Venezia, della siderurgia (ex Italsider) con la dismissione di ogni attività produttiva e in ultimo con la chiusura della Beltrame Spa, della ex Metallotecnica Veneta uscita dal settore dell’impiantistica dopo la privatizzazione, della Galileo e delle produzioni di occhialeria, della chiusura della Trafileria e corderia, e si potrebbe continuare. Come nel settore metalmeccanico anche in quello chimico i privati che avevano acquisito gli impianti, dalla Down Chemical alla Ineos – Vinyls fino all’esperienza della Sirma, si sono rivelati inaffidabili rispetto agli impegni industriali che avevano assunto. Tremende sono state per i lavoratori le conseguenze per i lavoratori.

Perciò si può dire, senza paura di essere smentiti, che le privatizzazioni a Marghera hanno dato un contributo notevole alla crisi industriale manifestatasi in primo luogo con il crollo degli investimenti, con chiusure e delocalizzazioni, con perdite di posti di lavoro e di know how.

Non c’è dubbio che a Marghera il passaggio di aziende e settori dalla gestione pubblica a quella privata ha rappresentato un arretramento e una perdita di capacità industriale. Le privatizzazioni non sono state all’altezza della sfida che esse stesse si proponevano di lanciare, e non si sono viste le innovazioni né i miglioramenti organizzativi promessi e nel giro di pochi anni è stato dilapidato il patrimonio industriale ereditato dalle partecipazioni statali. Un patrimonio fatto di know how, di tecnologie e di posizionamento sul mercato di tutto rispetto, spesso ristrutturato in fase di vendita sulla base dei progetti industriali di cui i privati si dicevano portatori. Al contrario sono state chiuse aziende con caratteristiche positive per il territorio, con produzioni pulite e non inquinanti ed ad alta intensità di manodopera.

Prima o poi sulle privatizzazioni a Porto Marghera bisognerà trovare il modo di approfondire l’argomento sia perché sono altissimi i costi sostenuti dalla collettività in termini di perdita di occupazione e di reddito, sia per fare chiarezza sui costi sostenuti dallo Stato nelle operazioni di cessione delle aziende e nella liquidazione degli enti di gestione, sia per l’impoverimento industriale ed economico che ne è conseguito e che tutt’ora agisce negativamente sull’area veneziana. D’altro canto se si osserva ciò che è rimasto a Porto Marghera e dintorni, si deve considerare che le uniche realtà industriali ancora in vita e con una considerevole base occupazionale sono società che, come la Fincantieri, la Finmeccanica e l’Eni nella chimica, continuano ad avere una presenza pubblica nell’assetto proprietario.

Infine non saranno certo il job act, la liberalizzazione dei licenziamenti e la cancellazione dell’articolo 18, con il loro carico di sofferenze per i lavoratori, ad avviare a soluzione i problemi di Porto Marghera né quei provvedimenti legislativi consentiranno di recuperare i differenziali di crescita e di produttività che si registrano tutt’ora tra il nostro paese e le principali economie maggiormente industrializzate. Al contrario per salvaguardare la vocazione industriale e produttiva di Porto Marghera, per evitare un uso speculativo delle aree che si sono liberate anche per effetto delle chiusure, per mettere fine allo sperpero di denaro pubblico e dare una prospettiva occupazionale ai tanti giovani senza lavoro, occorrerebbe una forte azione del governo volto a definire una progetto condiviso per Porto Marghera, con una visione unitaria delle problematiche aperte, per esempio l’equilibrio da individuare tra industria, portualità e nuove opportunità di reinsediamento produttivo. Occorre che Marghera diventi un banco di prova per la ripresa degli investimenti senza i quali non ci può essere futuro né ripresa economica ed occupazionale.

Un tavolo con il governo sarebbe utile anche a sottrarre le decisioni sul futuro di Marghera a quei soggetti che hanno prima lavorato per la desertificazione del polo industriale e adesso sono lanciati nelle operazione che vorrebbero cambiare la destinazione d’uso delle aree industriali. Riqualificare le produzioni presenti, investire su ricerca, attività innovative e compatibili sul piano ambientale in collegamento con le università di Venezia e Padova anche ai fini applicativi delle migliori tecnologie, può diventare il terreno utile per la ripresa produttiva ed occupazionale di una area di eccellenza e di grandi potenzialità quale è Porto Marghera.

Antonio Silvestri segretario generale Fiom CgilVenezia

Luca Trevisan segretario generale Fiom Cgil Veneto