Illustrissimo Presidente del Veneto, finalmente sono passate le elezioni e spero si siano quanto meno stabilizzate l’idea e la volontà reale di lottare per una Regione forte, dove il lavoro è al centro di qualsiasi interesse.

Del resto, recepiamo questo impegno dalle parole stesse di un Suo comunicato diffuso in data 13 luglio: <l’altra grande  sfida  per  il  futuro  del  Veneto  sono  il  lavoro  e  l’occupazione>. <Zaia ha messo l’accento sul “piano straordinario per il lavoro” che la Regione intende attivare con i 764 milioni del Fondo sociale europeo. Un piano straordinario – ha puntualizzato il presidente – che dovrà porre attenzione non solo ai giovani ma anche agli over 50 (o addirittura over 45), che con più difficoltà riescono a rientrare nei processi produttivi>. Presidente, come ben sa, come sindacato abbiamo affrontato assieme a Lei e a molti dei suoi assessori i temi del lavoro. Mettendo l’accento su quelle aziende che  avevano la possibilità di restare in piedi con scelte ben precise. Vicende in cui le istituzioni avevano un ruolo determinante.

Devo constatare che nel silenzio assoluto, dopo aver condiviso tanti tavoli per cercare di trovare le soluzioni più congrue, si sono realizzati soprattutto gli effetti negativi.

Mi riferisco a Montefibre di Porto Marghera, ubicata proprio dove ora ci sono i terreni acquistati dall’autorità portuale, che dovevano essere soggetti a nuove industrializzazioni. E dove ad oggi, non abbiamo visto nulla.

Mi riferisco alla cessione dei terreni di Syndial all’Oleificio Medio Piave, che aveva preso l’impegno di riassumere, avviando un’industria alternativa, gli ex lavoratori Vinyls. Ma che anche in questo caso, non è arrivato alcun segno di vita.

Dovendo fare un bilancio di tutte queste promesse dove anche le istituzioni sono state prese in giro, arriviamo a dire questo: lavoratori della Vinyls licenziati senza alcune alternative, messi in mobilità.. finché dura.

Lavoratori Montefibre messi a fare corsi su corsi, anche indetti dalla Regione stessa, che si è impegnata direttamente per riformarli e riavviarli. E che anche a seguito delle lezioni specifiche indette dall’autorità portuale, con tanto di certificati di frequenza, idoneità, abilitazioni varie, sono rimasti senza lavoro.

Fra quegli addetti riaggiornati infatti, ha ritrovato una collocazione sul mercato del lavoro 1 solo ex occupato. E tutti gli altri a casa.

Veniamo poi alla cessione dei 120 ettari da parte di Syndial a Comune e Regione, dove si doveva costituire una società specifica, proprio quando scoppiò lo scandalo Mose e l’ex AD Scaroni assieme a Bellodi lasciarono l’Eni.

Ha fatto bene, Presidente Zaia, a prendere le distanze da quella vicenda. Come ribadito anche di recente. Ma sappiamo che Lei, come il sindaco Orsoni e altri soggetti, indicavate la scelta della cessione delle aree come un possibile sbocco industriale, poiché all’interno vi erano già delle imprese interessate a proseguire l’attività industriale.

Proprio su questo punto Lei Presidente, si era espresso.

Così come ha fatto anche sull’accordo delle bonifiche di Porto Marghera. Definendo quell’accordo “importantissimo e sburocratizzante”, e aggiungendo che anche in quel caso vi erano molte imprese interessate ad investire.

Con questo non voglio fare una polemica nei suoi confronti ci mancherebbe, abbiamo altri interessi, anche in comune, tra cui quello di conservare l’occupazione e lavorare al fine di creare nuovi posti di lavoro, in questa nostra regione.

Per fare questo però, occorre trovare quel “Veneto pulsante”, come Lei Presidente ripete ogni volta. Ci vuole forza e la determinazione istituzionale nei confronti di società strutturate come Eni.

Perché una potenza come quella del “cane a 6 zampe”, una volta chiuso il cracking di Porto Marghera non sarà più fonte di alcun tipo di alternativa industriale.

La chimica verde oggi si può fare mantenendo per almeno 10 anni la chimica di base e mi riferisco proprio alla filiera dell’etilene, ultima produzione rimasta a Porto Marghera, che altri Paesi in Europa di sicuro non si faranno mai sfuggire.

E non ci vuole il nazionalismo tedesco o quello francese per capire che le industrie sono la linfa di qualsiasi Paese.

A noi invece, come sindacato dei chimici veneziano, spiegano che si chiudono gli impianti e nell’arco di 5 anni faranno “chimica verde”.

Eni ha già detto che si definisce ormai una Oil Company e sta puntando sulla distribuzione dei prodotti solamente, non più sulla produzione.

Quindi se chiudono un impianto a Porto Marghera come quello del cracking (precisamente, se lo tornano a fermare, visto che per ora sta funzionando grazie ad una commessa estera), inevitabilmente creano disoccupazione diretta ed indiretta.

Prova ne è che di tre accordi siglati al Ministero proprio sulla questione del cracking di Porto Marghera, Eni non ne ha rispettato nessuno.

Per vedere come va la chimica verde basta prendere in esame Porto Torres.

Sono passati diversi anni ed è stato realizzato neanche un quarto di quello che era previsto ed alcuni nuovi impianti sono stati addirittura esclusi, quindi anche lì hanno presentato un progetto che poi si è concretizzato parzialmente.

Qui a Porto Marghera hanno già sostenuto che il piano degli investimenti, così come previsto dagli accordi, avrà un allungamento di almeno 2 anni. Così non si completerà la raffineria e dopo la chiusura del cracking dovranno passare ulteriori 2 anni affinché Eni decida di reinvestire.

Caro Presidente, è per questo che Le scrivo questa lettera.

Perché credo sia arrivato il momento in cui dobbiamo chiedere conto e serietà ad Eni proprio nelle sedi ministeriali.

Abbiamo saputo che la regione Emilia Romagna si sta muovendo in tal senso proprio perché con la fermata del cracking di Porto Marghera si chiuderanno 2 impianti a Ferrara. Che fanno capo direttamente ad Eni ma che coinvolgono indirettamente un'altra società, Basell, che produce polipropilene.

E ricadute poi ne avremo a Mantova e anche a Ravenna. Altri nodi cruciali del “quadrilatero padano”.

La regione Emilia Romagna ha già chiesto una verifica ed un incontro al Ministero dello Sviluppo Economico.

Signor Presidente, credo sia arrivato il momento di mettere con forza, con la determinazione che serve e con l’autorevolezza che Lei sempre ha espresso su questi temi, nero su bianco le difficoltà che il petrolchimico di Venezia avrebbe con un’ulteriore chiusura di industria.

Chiedere un’assunzione di responsabilità a quelle società che chiudono, creano disoccupazione e non ci mettono di fronte a piani seri di alternativa industriale. O presentano programmi ma poi non li rispettano, così com’è stato fatto sui tre accordi che riguardano il cracking di Porto Marghera.

 

Riccardo Colletti, Segretario generale Filctem Cgil Venezia