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CONFERENZA DI ORGANIZZAZIONE CGIL VENEZIA - La relazione del Segretario Generale della Camera del Lavoro Metropolitana di Venezia Enrico Piron
Care compagne e cari compagni, benvenuti. Oggi e domani, l'intero gruppo dirigente della Camera del Lavoro Metropolitana di Venezia, è chiamato a discutere su temi complessi che riguardano la qualità della nostra azione, la qualità della nostra struttura, di come siamo dentro il territorio e nel rapporto con chi rappresentiamo e ponendoci anche molte domande sulla necessità di rinnovamento del nostro sindacato, sulla base dei contenuti del documento nazionale, e che dovremo saper declinare e tradurre in prassi, nei giorni successivi a questi.

 

Non basterà identificare i problemi attuali e porvi soluzioni parziali. Quelle soluzioni dovranno guardare al futuro, considerando almeno il medio periodo, consapevoli che un'occasione come quella che ci viene offerta oggi, non può essere sprecata.

Dobbiamo lavorare intensamente e con determinazione per il bene della nostra Organizzazione e imporci di farlo assieme, rispettandoci, ascoltandoci e valorizzando ogni tratto della discussione che costruisce e che pone avanzamenti, a partire dalla condivisione del pensiero che il nostro ruolo nella costruzione di una società migliore sia centrale e determinante, e che tutti noi pensiamo che questo sindacato e più in generale il sindacato confederale, abbia dimostrato nella sua storia di essere il baluardo della democrazia e dei valori costituzionali di questo paese.

Proprio per questi motivi non possiamo permetterci che la nostra Conferenza di Organizzazione possa chiudersi con un dibattito rituale.

Sarebbe una errore restare fermi con una struttura sostanzialmente statica negli ultimi anni, mentre tutto attorno si è profondamente modificato. Come sarebbe un errore affrettare soluzioni transitorie e solo estetiche, per la frenesia del rinnovamento ovvero per tamponare inefficienze transitorie.

Noi vogliamo una CGIL moderna ed efficiente, capace di rispondere alle nuove domande che giungono da un territorio in trasformazione e profondamente impoverito e non solo sul versante economico e produttivo ma soprattutto politico, in cui le lavoratrici e i lavoratori, le pensionate e i pensionati, i sempre più disoccupati, i giovani, devono poter trovare un approdo sicuro e ospitale.

Trasformazione che poi non è solamente sociale, ma dall'elezione del nuovo sindaco della città di Venezia, diventa anche istituzionale. La creazione della città metropolitana non potrà essere solamente un'operazione di ingegneria istituzionale né un organismo con caratteristiche autoreferenziali.

Processi economici e del lavoro basati sullo sviluppo che non veda solo nel turismo e nella logistica gli unici elementi, istanze sociali, demografiche e di welfare, devono trovare dentro quella dimensione un punto di riferimento vivo, in grado di accogliere la domanda di cambiamento che esprime il territorio, soprattutto sul versante del lavoro, del modello produttivo e di quello sociale, anche per evitare che le sole speculazioni e una cattiva programmazione si accaparrino ogni prospettiva, indebolendo in maniera assoluta la vocazione industriale del nostro territorio, già troppo pesantemente indebolita.

In questo processo la nostra organizzazione deve mantenere un ruolo di protagonista, contribuendo a costruire, di volta in volta, meriti e percorsi per la loro realizzazione.

Questa Camera del Lavoro viene da una lungo percorso di analisi sulla Città Metropolitana affrontato durante l'ultimo congresso, che va approfondito, valorizzato e attualizzato e che prefigura, in quella nascitura istituzione, forti della storia del nostro territorio, un luogo dell'inclusione e della promozione di diritti e di socialità, e un laboratorio in cui si generi sviluppo a partire dall'equilibrio e dalla valorizzazione di ogni sua parte.

Quella che affronteremo oggi, deve essere una discussione che parte dalla verità dei nostri problemi e dei nostri meriti e che trovi con coraggio e determinazione le risposte su cui fare scelte concrete e sulle quali impegnare il gruppo dirigente e la totalità delle compagne e dei compagni che lavorano e militano nell'organizzazione, per la loro realizzazione, con percorsi di costante verifica.

Da questo e per questo, noi dobbiamo ripensare la CGIL, la dobbiamo rinnovare, la dobbiamo rilanciare, ricreando quella dimensione innanzitutto politica e poi organizzativa che non lo subisce quel cambiamento ma, conoscendolo lo prevede e lo indirizza.

Leggere la società e le sue dinamiche e costruirne di volta in volta sintesi, partendo da quello che siamo e che rappresentiamo, senza alibi e senza preconcetti.

Partiamo dalla verità quindi. Verità che parla anche di difficoltà organizzative oltre che politiche.

Le grandi organizzazioni di rappresentanza attraversano una crisi, che per mole, in alcuni casi si è tradotta o può tradursi in un vero e proprio declino.

E ogni crisi si presenta in modo differente dalle altre. Diversa è quella dei partiti politici tradizionali della destra e della sinistra, diversa è quella che riguarda le organizzazioni datoriali, diversa è quella che colpisce quelle sindacali e con loro, la nostra.

E così, le difficoltà del sindacato dei lavoratori e delle associazioni datoriali non sono la stessa cosa, pur essendoci soprattutto un punto in comune, banalmente, la riduzione della rappresentanza.

L'origine di quella difficoltà però è la stessa, tra noi e le parti datoriali e consiste nell'oscuramento delle relazioni industriali, soprattutto la contrattazione, che hanno costituito per tanto tempo la bussola delle parti. Un oscuramento che è dovuto in primo luogo al cambiamento del terreno di gioco, imposto dai conclamati processi di globalizzazione e dalle risposte, a quei processi, fornite dai datori di lavoro che troppo poco sono basate sulla qualità, sulla formazione, contro l'illegalità contrattuale, per una concorrenza fondata sulla capacità imprenditoriale, sul processo produttivo che genera valore aggiunto, sulla qualità del prodotto finito, ma sono costruite fin troppo sull'abbassamento del costo del lavoro e sulla sua costante precarizzazione, sostenuta anche da provvedimenti legislativi insensati, in un processo, che sta subendo una rapidissima accelerazione, di de-responsabilizzazione imprenditoriale e di smaterializzazione del concetto di responsabilità di impresa, sopratutto quella sociale.

La differenza importante tra i due lati del tavolo è che noi dipendiamo direttamente dalle relazioni industriali più di quanto questo non valga per i datori di lavoro che trovano legittimazioni anche al di fuori del loro ruolo caratteristico.

Ma anche la crisi dei sindacati in Europa non è uguale dappertutto pur in presenza di una comune dimensione al ribasso quantitativo che ne contraddistingue l'attualità.

Da noi coinvolge sempre più, purtroppo, la capacità di contare nelle scelte che riguardano il lavoro.

I dati di natura quantitativa evincono un consolidamento piuttosto che una semplice tenuta della nostra organizzazione sindacale, pur in presenza di una crisi che ha coinvolto migliaia di lavoratrici e di lavoratori e denota altresì una caratteristica circa la massiccia sindacalizzazione dei pensionati che costituiscono ormai quasi la metà degli iscritti totali.

Eppure esiste un rovescio della medaglia; nonostante siamo una potenza organizzativa, in alcuni ambiti risultiamo essere sempre meno incisivi. In realtà la nostra forza nel corso del '900 è consistita nell'esercitare influenza su tanti temi generali e pubblici, politiche sociali ed occupazionali, producendo risultati generalizzabili a larga parte dei lavoratori.
La sfera contrattuale, per quanto in restringimento, vede confermarsi sotto la veste di ruolo utile dei sindacati, forse non generalizzabile, ma ribadito negli anni della crisi economico finanziaria.
Invece qui e poi in Europa, i sindacati risultano sempre più frequentemente esclusi dall'accesso al sistema politico e alle politiche pubbliche. Questa esclusione costituisce anche l'aspetto più eclatante che emerge nel caso italiano.

Anche nella nostra realtà il sindacato confederale, spesso dividendosi, si impegna a cercare soluzioni per i tanti lavoratori toccati dalle criticità degli anni recenti e ad offrire loro un pacchetto di servizi individuali e collettivi idonei ad inserirli in una gamma di tutele non solo contrattuali. Questo è un mestiere più faticoso che in passato e anche meno gratificante: si tratta di gestire una riduzione dei benefici e sempre più spesso di posti di lavoro. E' una pura attività difensiva, poco innovativa, che continua ad esser erogata con continuità, ma agendo da punto di riferimento indispensabile per i lavoratori di cui ne beneficiano indirettamente anche le aziende. Ma essa si riproduce con continuità e con essa si riproduce l'utilità sociale dei sindacati. E questa dimensione privilegia l'approccio verticale, di categoria, indebolendone la natura confederale.

Quello che in realtà è in pesante restringimento è il fenomeno che da noi si chiama “sindacato soggetto politico confederale”, quello per capirci che veniva ammesso a discutere dei vari beni comuni, della politica dei redditi, dell'inflazione, dell'occupazione, del fisco, svolgendo in moltissimi casi anche il ruolo di co-decisore. Questo terreno d'azione appare precluso o comunque più discontinuo. Gli anni del neoliberismo, poi, hanno allenato i vari governi europei, io ritengo proprio a partire dall'Inghilterra, a superare il timore di perdere consenso quando cresce la disoccupazione, e poi, e questo è un caso sopratutto italiano, hanno anche sperimentato processi di decisione più o meno unilaterali e privi dell'apporto sindacale senza dovere per questo pagare prezzi particolari dal punto di vista del sostegno sociale.

Questa parabola da noi, ha trovato uno specifico percorso.
Dapprima i governi Berlusconi avevano saggiato la possibilità di escludere la Cgil da ragionamenti e pratiche, involontariamente però, rinforzandoci e riconoscendoci un ruolo determinante, ma le fasi successive sono state addirittura più aggressive, a partire dal governo Monti, che da subito ha manifestato insofferenza verso la concertazione e verso l'obbligo anche formale, della condivisione e della decisione e sviluppando azioni concrete anche contro il parere dei sindacati senza neppure avere un confronto.

Tale impostazione è interamente riprodotta dall'attuale governo, il quale nega al sindacato tutti quegli spazi e il gesto più eclatante sono stati sicuramente quegli 80 euro messi in busta paga, aggirando non solo la mediazione, ma qualsivoglia rapporto con gli attori sociali. Gesto ancora più eclatante perché praticato da un Presidente del Consiglio che opera, almeno formalmente, nel nostro stesso spazio politico e sociale.

Non solo una sfida basata sull'idea che sia meglio decidere da soli e non affrontando complesse o forse lunghe mediazioni con organizzazioni strutturate, ma soprattutto messaggi rivolti direttamente ai lavoratori con il chiaro obiettivo di rendere meno necessario, se non proprio ininfluente, il ruolo e la mediazione dei sindacati. E questa inclinazione è ormai propria di tutta la dialettica politica del paese.
Non credo che ribadendo vecchi copioni noi possiamo affrontare, per vincere, questa sfida. E' necessario un cambio di marcia. Si tratta di vedere in questa apparente chiusura dello spazio politico noto, non solo la faccia che indica un problema, ma anche l'altra, quella che ne sa identificare le opportunità per praticare politiche di innovazione.

Lo spazio politico è momentaneamente oscurato ma non va considerato perduto per sempre e certo continua ad essere indispensabile per produrre nuove regole e diritti universali, per i quali noi dobbiamo sempre essere pronti a batterci.
Sarà così quando affronteremo, tra poco, la discussione sul nuovo “Statuto delle lavoratrici e dei lavoratori” e nell'impegno che dovremo tutti mettere in campo per affrontare la più ampia opera di discussione, informazione e confronto con chi rappresentiamo e con tutto il mondo del lavoro coinvolgendo sopratutto i lavoratori destandardizzati, quelli del lavoro frantumato, gli invisibili, nell'ottica del recupero pieno dei diritti di cittadinanza che il lavoro crea e soprattutto nell'inclusione e nel protagonismo di questi.

Diventa quindi importante cambiare il baricentro dell'azione sindacale, dislocandolo più vicino ai luoghi di lavoro e ai territori, in prossimità di dove si manifestano le domande e i disagi principali.

E perché tutto ciò sia realizzabile occorrono almeno due condizioni: una più chiara finalizzazione dei tanti rivoli di azione contrattuale, e non, che già oggi sono messi in atto e praticare in maniera risoluta e strategica ogni percorso legato alla contrattazione inclusiva in cui con determinazione vengano utilizzati percorsi nei quali non resta indietro nessuno, e far emergere il profilo di una pluralità di strumenti soprattutto in ambito territoriale come la contrattazione sociale, orientata verso la qualità e le domande individuali di contesto lavorativo e sociale complesso, indifeso e a volte purtroppo anche sconosciuto, verso la legalità, l'equità fiscale, l'accesso al welfare e molto altro.

In secondo luogo dobbiamo individuare idee forti capaci di coinvolgere l'impegno ma anche l'identità dei lavoratori.

Ce lo siamo detti spesso che la realtà italiana della depressione economica post 2008 ha lasciato in eredità uno sforzo di ricostruzione dell'economia, equivalente nella portata, a quello degli anni del dopoguerra.

Come in quel periodo bisogna avere una posta in gioco per la quale valga la pena combattere con l'obiettivo di realizzare effetti di sistema, come unico mezzo per difendere gli interessi dei lavoratori e dei pensonati. In questo caso la posta in gioco è la capacità di innovazione e di diversificazione del nostro apparato economico, che ha al centro il cambiamento tecnico e organizzativo, in funzione del rilancio della produttività, della competitività e più in generale, dello sviluppo. In poche parole è il nostro “Piano per il lavoro” di cui tutti abbiamo parlato, discusso, criticato, ma che pochi di noi hanno avuto la capacita' o forse solo il coraggio di renderlo pratica, messaggio e speranza.

E questo è ancora uno strumento efficacie capace di ridare slancio alla nostra azione sia di ambito aziendale che territoriale: deve trasformarsi in un bene comune nel rapporto con la rappresentanza datoriale ed istituzionale, intorno a cui ruota il recupero di potenziali di sviluppo e di occupazione qualificata.
Ovviamente richiede in parallelo un chiaro intervento pubblico ripensato e selettivo che dovremmo saper ri-orientare, proprio a partire dai territori e dalla dimensione rivendicativa che sapremo mettere in campo.

Insomma c'è bisogno della costituzione di un sindacato capace di uscire dalle secche della sola difesa del lavoro esistente ma in grado di praticare la più grande intuizione politica e sociale che fin del piano per i lavoro degli anni 50 è ben presente e forte nel nostro e cioè l'unificazione di quel mondo del lavoro che rappresentiamo.
Sia quella tra i diversi lavori e la loro pratica, sia quella tra chi il lavoro ce l'ha e chi lo cerca o non lo sta cercando più.

Intendiamoci, le prassi attuali non vanno in alcun modo svilite o sottovalutate perché fanno parte degli ingredienti quotidiani necessari al nostro lavoro, ma per noi è diventato impellente far emergere il nostro potenziale e incidere in modo determinante e questo lo possiamo fare solo intensificando il lavoro di sintesi delle diversità, mirato alla ri-costruzione della nostra unità, anche perché i lavoratori sempre più spesso, non ci capiscono più se siamo divisi dalle altre organizzazioni, meno ancora quando ci dividiamo tra noi.

La Cgil resta un gigante organizzativo, ma forse, è diventato meno attraente, che in passato, perché è diventato meno chiaro il senso della sua presenza, nel molteplice sociale e nelle articolazioni territoriali. Il rischio più grande è se si riaffermasse in noi la tendenza conservatrice a concentrarci a fare solo quello che già sappiamo fare bene, oppure potrà emergere da questa discussione quella forza che ci ha sempre spinto verso il cambiamento e verso le riforme.

Quella forza che deve fare leva soprattutto sulla parte del mondo del lavoro che ha poco e che ha tutto da guadagnare da una messa in discussione del quadro precedente e dell'attuale stato delle cose.
Solo così torneremo in campo come organizzazione che mobilita anche le aspettative, la voglia e la speranza.

Ridisegnare la nostra struttura organizzativa, soprattutto a partire dal territorio è certo funzionale a questo fine, con una vera spinta confederale.

Ed è pur vero che talvolta siamo una macchina lenta e complessa ma è altrettanto vero che alcune di queste lentezze vanno difese tenacemente e senza banalizzazioni e riguardano i processi di coinvolgimento democratico dell'insieme dei lavoratori interessati. Altre però sono ridondanti e possono essere snellite nei tempi e semplificate nella prassi e soprattutto tradotte in esperienze inclusive a partire dal territorio.

Dobbiamo ridisegnare alcuni ambiti e rimetterci, dove serve, in sincronia con la domanda sociale di sintesi, in tempo reale, accettando la sfida, anche strategica, di conciliare la democrazia con ricchezza della vita associativa, con la tempestività, l'efficacia delle decisioni e la loro pratica ed esigibilità.

Noi partiamo favoriti. Un pezzo del lavoro lo abbiamo già fatto a Venezia, centrando inconsapevolemente buona parte degli obiettivi previsti nel documento della Conferenza, mesi prima che se ne parlasse, a partire dall'analisi e dall'impostazione messa in campo nel seminario che facemmo alla “Scuola dei Calegheri” l'anno scorso, e dalla sintesi raggiunta assieme, circa la centralità del territorio nella strategia di rilancio della Camera del Lavoro. Senza forzature e nel rispetto delle autonomie non solo previste dalla 460, ma da un'impostazione politica costruita in anni di prassi e che è ricchezza di questa Camera del Lavoro, sapendo però affrontare e risolvere tutte quelle situazioni che rallentano, costano troppo o non sono impostate su criteri di ottimizzazione. E tutti, in questa discussione, qui, stanno mettendo in campo una disponibilità non solo dialettica ma anche fattiva. Secondo me siamo sulla strada giusta.

Dicevo della nostra situazione dentro un contesto mutato.
Passerei a questa ora e inizierei da come eravamo nel 2008, quando facemmo a Venezia l'ultima Conferenza di Organizzazione. Sembra trascorso un secolo in questi 7 anni.

Slide iscritti

Eravamo 77.245. Oggi siamo 77.076. Una apparente situazione di stabilità. Sappiamo bene che non lo è.

La prima considerazione, positiva, è che nonostante la profonda crisi che ha coinvolto buona parte delle attività produttive della Provincia, la nostra Organizzazione ha saputo, con il lavoro quotidiano e puntiglioso, essere presente e soggetto attivo nella difesa di migliaia di posti di lavoro, e dove è riuscita con tenacia ad attivare strumenti per difendere il reddito di lavoratrici e lavoratori, di pensionate e di pensionati che hanno riconosciuto il nostro ruolo aderendo alla CGIL, in molti casi attraverso il sistema dei servizi, che sono diventati sempre più strutture strategiche e centrali, soprattutto nelle politiche di proselitismo.
Nei materiali forniti, in quello che abbiamo denominato “Progetto Venezia” di cui poi discuteremo, prodotto dalla Segreteria della Camera del Lavoro, dall'inca di Venezia e da quello regionale troverete una in una puntualissima disamina di tutta l'attività del patronato e potrete riscontrare il numero degli iscritti che provengono dal patronato. Se consideriamo quei numeri assieme a quelli forniti da UVL e CAF, ci accorgiamo che sono un numero considerevole.

La seconda considerazione, conseguente, è che la tipologia di quelle nuove iscrizioni ci parla di un mondo del lavoro profondamente differente, più indifeso, che magari si è rivolto a noi non per l'idea del nostro sindacato, o per il rapporto con delegati o funzionari ma per la qualità del nostro intervento e per la nostra tempestività e noi dobbiamo essere in grado di trasferire a questi soggetti tutta la nostra gamma valoriale e dobbiamo anche fidelizzarli, rendere il loro legame con la CGIL costante e duraturo e non frutto del rapporto transitorio e “di servizio”.

La disponibilità, mista forse anche ad esigenza di sintetizzare e di raggiungere nuove procedure, è stata anche il carattere distintivo dei vari momenti di incontro che la segreteria ha promosso in questo mese e che hanno visto la presenza fattiva delle categorie. Confronti veri, partecipati e costruttivi, fondati innanzitutto sul rispetto che tutti hanno riconosciuto alle esigenze e alle esperienze degli altri.

Tre momenti specifici e molti contributi: contrattazione, rapporto con la galassia associativa e percorsi per una piena integrazione tra categorie e servizi.

Tento di sintetizzare quegli stimoli.

Seconda slide (tavolo contrattazione)

Il tavolo che si è occupato della contrattazione ha evidenziato:
1. la necessità di conoscere ed approfondire le varie esperienze contrattuali sviluppate dalle categorie;
2. il bisogno di costruire un osservatorio permanente sulla contrattazione sviluppata nel territorio;
3. la disponibilità alla creazione di una cabina di regia che identifichi i siti complessi, sui quali costruire percorsi di contrattazione condivisa ed inclusiva, nel rispetto delle autonomie e della titolarità delle categorie;
4. La contrattazione sociale come rilancio dell'attività confederale e il recupero di un rapporto pieno col territorio attraverso percorsi di coinvolgimento ampio;
5. La necessità di ripensare il nostro NIDIL provinciale e di creare SOL (sportello orienta lavoro) per instaurare percorsi di orientamento professionale oltre che la necessità di trovare risposte per il mondo del finto lavoro autonomo
6. Attivare percorsi, anche vertenziali, per estendere le tutele contrattuali alle lavoratrici e ai lavoratori che non sono rappresentati da una contratto (ad esempio i Voucher);
7. necessità impellente di percorsi formativi permanenti

Il secondo gruppo si è tenuto con AUSER, Federconsumatori, Silp, Sunia, Udu, oggi nostri graditissimi ospiti. Questo tavolo ha evidenziato

Terza slide (rapporto con le associazioni)

1. Disponibilità piena a percorsi di integrazione e complementarietà;
2. Bisogno di lavoro sinergico per estendere la gamma delle tutele anche oltre il “luogo di lavoro”, pensando al soggetto, lavoratore, pensionato, disoccupato, studente, come consumatore, inquilino e cittadino nella sua dimensione più ampia;
3. Improntare azioni di sostegno alle famiglie;
4. Creazione di campagne tematiche su temi specifici;
5. Sviluppare proselitismo;
6. Formazione.

L'ultimo tavolo ha trattato del complesso rapporto tra la rappresentanza collettiva e quella individuale evidenziando

Quarta Slide (integrazione tra categorie e servizi)

1. Necessità di creare percorsi preferenziali per gli iscritti;
2. I nostri orari sono quelli del lavoro. Dobbiamo sperimentare orari differenti;
3. Necessità di un rapporto diretto, immediato e strutturato tra le segreterie delle categorie e il sistema dei servizi;
4. E' necessario un atteggiamento pro-attivo soprattutto nei confronti dei casi particolari;
5. Eroghiamo 146 prestazioni individuali che creano 309 correlazioni tra loro e che rispondono a bisogni inespressi dell'utenza che dobbiamo intercettare;
6. Tema della poli-funzionalità e della disponibilità non solo in capo a chi opera nei servizi ma anche nelle categorie;
7. Bisogna abbattere i tempi di attesa e le attese inutili degli utenti;
8. Serve un'accoglienza nelle Camere del Lavoro formata, disponibile e in grado di dare le prime risposte correttamente;
9. Tariffe;
10. Non sempre è scontata la cortesia e la disponibilità nei nostri uffici (tecnici e politici);
11. Non sempre sappiamo cosa facciamo. E' necessario approfondire tutta la gamma di prestazioni che forniamo e promuoverle;
12. Saper rispondere ai bisogni di un nuovo mondo del lavoro che ha esigenze specifiche;
13. Bisogna da subito, istituire una cabina di regia permanente, di gestione e coordinamento.
14. Formazione e auto-formazione costante.

Assieme a queste problematiche, anche altre, non meno importanti ma forse meno urgenti che ci impegnano nel trovare risposte a partire dalla discussione che faremo oggi e nei giorni che seguiranno, intraprendendo un percorso che però, dobbiamo imporci, non può essere infinito ma che deve concludersi alla ripresa dell'attività dopo le ferie estive e che coinvolga direttamente la direzione della Camera del Lavoro, i responsabili dei servizi e tutti coloro che ne faranno parte, e tradotto in operatività.

Sappiamo tutti bene che cambiare le consuetudini è faticoso e destabilizzante ma, giunti dove siamo, rappresenta un passaggio indispensabile per rendere la nostra organizzazione più forte.

Il tema delle azioni da mettere in campo diventa quindi fondamentale a partire da ciò che assieme abbiamo già fatto iniziando dai documenti votati dal comitato direttivo, sulla riorganizzazione e sul territorio e soprattutto su un nuovo approccio prima politico e poi organizzativo a quella istanza e che ora deve tradursi in pratica.
Alcune di queste cose potrebbero sembrare solo marginali ma debbono essere considerate in un quadro di insieme ed ognuna di loro è la tessera che ricomporrà il mosaico che contribuirà alla riforma organizzativa della Camera del Lavoro.

Per semplicità, ragionerò a punti.

SLIDE TERRITORIO

La nostra struttura territoriale sarà ridefinita su otto camere del lavoro principali che presidieranno i Comuni adiacenti. Nelle prossime diapositive abbiamo tentato di distribuire i nostri iscritti in base al parametro della residenza e basandoci sul dato contenuto in Argo e quindi per noi ancora incompleto anche se in fase di ultimazione.

Portogruaro, San Donà, Marcon, Venezia, Mestre, Mirano, Dolo, Chioggia. Assieme a queste sperimenteremo un insediamento strutturato su Noale, con un progetto specifico per gli esposti all'amianto, e Jesolo, soprattutto concentrandoci sul turismo.

Nel mese di luglio, a partire dal lavoro di direzione, definiremo sia chi farà il coordinatore politico di queste strutture, a scavalco con le categorie o con la confederazione, e chi svolgerà il coordinamento tecnico.

Nomineremo, in proporzione alla rappresentanza i comitati degli iscritti, che avranno il compito di compilare, diffondere e sintetizzare le piattaforme di contrattazione sociale in base alle linee guida unitarie, e questo aggettivo è di valore, anche queste nei materiali in chiavetta, il tutto in coordinamento con la segreteria confederale che avrà l'onere di indirizzare, di formare e di informare queste istanze, costantemente.

Le camere del Lavoro dovranno essere il luogo in cui si raccolgono le esigenze provenienti dal territorio e si elaborano. Dovranno promuovere riunioni pubbliche sui temi del lavoro, essere riferimenti e luoghi di confronto, aperte, cogestite con l'apporto dei delegati e delle delegate, laboratori della solidarietà e dell'inclusione. In alcun modo queste strutture potranno intromettersi nei percorsi contrattuali con le categorie e i due ambiti, verticale e orizzontale, dovranno trovare un naturale completamento, così come previsto nel documento che troverete nel materiale.

Questo processo sarà accompagnato da percorsi di semplificazione, già avviati e che ora tenterò di affrontare per punti, di natura organizzativa e politica al contempo.

• In tutto il territorio le camere del lavoro potranno essere contattate attraverso un unico numero di telefono, composto il quale si potranno raggiungere facilmente categorie, servizi o territori
• Il nostro nuovo sito internet, già oggi consultato con molta frequenza, diventerà l'interfaccia per contattare, informarsi e prenotare ai nostri sportelli. Attraverso l'utilizzo di una chat, già attiva alla quale rispondiamo in tempo reale a chi ci contatta, e al programma Appuntamenti Web, attraverso il quale da subito abbiamo creato un'agenda condivisa e che tra breve permetterà anche alla rete dei delegati di accedervi per prenotare appuntamenti con i servizi e raccogliere informazione sui materiali da produrre per affrontare pratiche vertenziali, fiscali e previdenziali
• Stiamo dotando la CGIL di una rete dati che aumenti la portata da 10 a 30 mega e conseguentemente di una nuova modalità di gestire le chiamate telefoniche che abbatterà i costi per tutti di molto, creerà una rete di comunicazione interna integrata audio video che permetterà di effettuare videoconferenze semplicemente, attraverso un sistema voip senza modificare alcunchè;
• La CGIL di Venezia dal 2015 sperimenterà l'esperienza del bilancio sociale nel quale verranno non solo esaminate le poste economiche ma anche valutati gli effetti di ogni azione messa in campo nell'ottica del “rendersi conto, per rendere conto”
• L'ufficio legale si sta dotando definitivamente di Live Link, un programma che velocizza e migliora la gestione delle pratiche e incrementa l'efficienza, la puntualità e la certezza soprattutto nella risposta agli utenti. Lo stesso UVL sta approntando una nuova modalità organizzativa per la gestione delle procedure concordatarie e fallimentari che poi verrà spiegata dal responsabile, Mirco Ferrarese. A Mirco a Lucia e Cristina, i responsabili dei servizi, e alee le compagne e i compagni che vi lavorano e vi militano, vanno i più sinceri ringraziamenti della Segreteria, per il loro operato quotidiano
• Sempre più opereremo nel versante della polifunzionalità di chi opera nei servizi a partire dalla disponibilità offerta da chi lavora al CAF, al fine di essere al contempo anche in grado di operare in ambito di patronato soprattutto per le pratiche di disoccupazione, coprendo l'interezza del territorio.
• Stiamo agendo sul versante dell'abbassamento dei costi a partire da quelli delle nostre numerose sedi nel territorio che andranno comunque ripensate e nel caso, diminuite.
• Principalmente, per questioni strategiche, dovremmo irrobustire l'ufficio che si occupa di Argo per rendere finalmente efficace ed efficiente la gestione del tesseramento, della consegna delle tessere, del controllo dei flussi di canalizzazione e della verifica della contribuzione, che non può più essere affidata solo alla disponibilità generosa di già vi opera.
• Il percorso di formazione è incominciato, a partire dal sistema dei servizi. Per noi dovrà essere un imperativo che accompagni costantemente la nostra attività.

Tutto questo è il frutto del lavoro di questi mesi e costruito innanzitutto grazie al lavoro della direzione della Camera del Lavoro e poi con il contributo determinante delle compagni e le compagne che operano nelle categorie e nei servizi.

Se questa è la direzione, noi dobbiamo tenacemente seguirla, perché, nonostante la difficoltà del percorso, ci permetterà di raggiungere i due principali risultati per i quali siamo chiamati ad agire:
Il primo di consolidare la CGIL di Venezia, rafforzandola, rivitalizzandola e rinvigorendola, il secondo proseguire l'azione di risanamento intrapresa, se possibile, incrementandola e rendendo la nostra organizzazione finalmente autonoma e prospera.
Se tutto questo vale, noi dobbiamo iniziare da subito ed imporci percorsi costanti di verifica di questo lavoro, soprattutto al cospetto del comitato direttivo ma anche con chi rappresentiamo incrementando tutti i canali di comunicazione.

Assieme, compagne e compagni, con tenacia e puntiglio, con la voglia di riuscirci che ci permetterà di superare tutti gli ostacoli, consapevoli del nostro ruolo e della responsabilità in capo ad ognuno di noi di custodire la CGIL e di consegnarla a chi verrà dopo, ancora più forte, ancora più autorevole e ancora più libera.

Buon lavoro a tutte e a tutti.