Società di servizi fiscali cerca candidati interessati alla partecipazione ad un percorso formativo GRATUITO, finalizzato ad un’eventuale assunzione a tempo determinato per la mansione di operatore fiscale, previa selezione finale

 

Inviare curriculum via e-mail a:

ricerca.personale[at]caafcgilvenezia.it

Con l'Assemblea Generale della Camera del Lavoro Metropolitana, la Cgil di Venezia ha discusso  la proposta sul Piano del Lavoro per l'Area Metropolitana.  Nelll'Auditorium del Centro servizi della Città Metropolitana (scelto non a caso per la valenza simbolica della proposta). Enrico Piron , segretario generale della Camera del Lavoro Metropolitana ha introdotto i lavori: " Si tratta di  un articolato documento   che si colloca nell'àmbito del Piano  del Lavoro redatto dal nostro sindacato a livello nazionale. E che la Cgil di Venezia intende sottoporre al vaglio prima degli iscritti per poi estenderlo ai lavoratori e i pensionati dell' Area Metropolitana veneziana".

            Il segretario della Cgil di Venezia  ha insistito sul fatto che questo  "è il momento di compiere delle scelte importanti per il nostro territorio. Serve infatti una seria politica  che metta al centro la persona. Una politica  al servizio di iniziative che vadano a sviluppare ogni aspetto legato alla piena realizzazione delle istanze di cittadinanza. Che ne stimoli le potenzialità. Che ne protegga le debolezze. Che ne sviluppi la solidarietà. Che ne persegua l'integrazione".       

            Un piano complessivo che riporti al centro la vocazione industriale del territorio gestendo al meglio le altre varie anime della nostra economia. Che - come noto -  sono turismo, Porto e Aeroporto. Ma anche le pregiate realtà artigiane e industriali dell'ex Provincia.  Un piano che non può prescindere dal confronto con le nostre  realtà politiche e sociali. Il che significa coinvolgere - oltre alle parti sociali - anche i Sindaci e le Municipalità alle quali va restituita la dignità istituzionale che hanno ricevuto dal Testo Unico degli Enti Locali e in base del quale sono state elette.  E' necessario agire con il Governo per essere inseriti nuovamente  nel piano per le aree di crisi complesse, dal quale Venezia e Murano sono state incredibilmente derubricate nelle scorse settimane.


 

QUESTO IL TESTO INTEGRALE DEL DOCUMENTO

È il momento delle scelte per il territorio metropolitano di Venezia.
Impoverito, trasformato, a tratti inaridito. Con molte potenzialità ma anche tanti limiti.
Bisogna decidere da dove ripartire, dove investire le risorse, umane ed economiche, le molteplici competenze presenti e come ricrearne di nuove.
Bisogna soprattutto saper scegliere con coraggio, per ritrovare una stagione di crescita e di sviluppo all'altezza della sua storia e delle aspettative dei suoi cittadini.
Bisogna favorire percorsi di coesione sociale e catalizzatori di nuova solidarietà, creando un contesto permeabile agli stimoli esterni e luogo di accoglienza e contaminazione.
Il contributo che la Camera del Lavoro di Venezia avanza alla politica della Città, di un Piano del Lavoro, nasce dalla convinzione che potrà aprirsi una nuova stagione di crescita e sviluppo solo a partire dalla creazione di nuovo lavoro stabile e dal rispetto di quello esistente, dal rilancio della vocazione manifatturiera del nostro territorio, dal recupero e dalla salvaguardia dell'ambiente naturale ed o sviluppo armonico degli elementi che lo compongono.
Serve una politica del territorio che metta al centro la persona e i suoi bisogni, che non apra contraddizioni e contrapposizioni quali turismo-residenzialità-ambiente, produzionesalute, che protegga le fragilità, che favorisca gli spazi di socialità e di integrazione, che si adoperi per il compimento dei diritti di cittadinanza in capo ad ogni cittadina e cittadino.
Rigenerazione, sostenibilità, connessione, innovazione, solidarietà, equilibrio: ognuno di questi sostantivi deve essere declinato al futuro e pensato rimettendo in movimento tutte le energie presenti.
Ogni azione deve essere soprattutto rivolta ai giovani, che si aspettano un futuro adeguato alle loro aspettative e proporzionato al loro impegno. Èsoprattutto a loro che la politica e la rappresentanza sociale devono restituire speranze.
L’approdo deve essere la sintesi delle molteplici istanze in campo e, finalmente, la condivisione di un ambito comune, su cui impegnarci assieme.
La realizzazione della Città Metropolitana carica il territorio di nuovi ruoli, di nuove funzioni, soprattutto di nuove grandi responsabilità, di curare e valorizzare luoghi e attività in modo omogeneo, per ridurre il rischio che una nuova estensione del perimetro territoriale possa generare nuove periferie economiche e sociali, ulteriori a quelle che la crisi, le scelte sbagliate, gli egoismi hanno provocato in parti vitali del nostro territorio.

RI-GENERAZIONE
La crisi nel territorio metropolitano di Venezia, è tutta dentro le dinamiche e le debolezze del Paese.
Dieci anni di blocco dei volumi di produttività, vent'anni di profitto spostato sulle rendite finanziarie e immobiliari, un miliardo di ore di cassa integrazione negli ultimi anni, circa ro milioni di lavoratori precari, sono il quadro del declino di uno dei più importanti sistemi economici e produttivi del pianeta e di un processo di deindustrializzazione inesorabile e mai realmente ostacolato, ma sul quale si sono realizzati interessi di pochi a discapito della collettività sottraendo risorse soprattutto alla crescita sociale dei propri cittadini.
A Venezia serve una grande rivoluzione che la faccia ripartire, che faccia dimenticare una stagione di grandi scandali che hanno rallentato e sottratto risorse e futuro.
Solo ostacolando gli appetiti speculativi e ripristinando una progettualità di ampio respiro ma senza scorciatoie, sarà possibile ricreare un contesto favorevole alla ripresa che apporta buon lavoro.
Serve una grande visione, è vero, una prospettiva di ampio respiro, ma servono anche azioni concrete e immediate, in grado di fornire riposte da subito verificabili. Vanno individuati obiettivi condivisi, legati ad attività di risanamento, anche del tessuto urbano, di bonifica, di messa in sicurezza del territorio, di sviluppo dell'innovazione tecnologica, di tutela dei beni artistici, di rilancio dell'economia della conoscenza, di sostenibilità delle reti infrastrutturali.
Il tutto a partire dalla valorizzazione del lavoro, iniziando dai settori più tradizionali e caratteristici del territorio, ma pensando anche con determinazione a tutte le opportunità che i nuovi settori e le nuove competenze possono apportare. Tutto questo accompagnato da un welfare territoriale che liberi cittadine e cittadini, lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati dal bisogno.
Serve una impostazione nelle decisioni che smetta approcci divisivi e per “tifoserie”, ma che rilanci metodologie che ricostruiscono di volta in volta il merito delle decisioni, rendendo la partecipazione il metodo con cui costruirle.
Tutto questo verso il ripristino di un contesto che crea lavoro, stabile, sicuro, contrattualizzato, retribuito regolarmente, qualificato dalle tutele e dalla formazione continua, in coerenza all’idea che il lavoro genera anche processi di riduzione della disuguaglianza e di inclusione sociale.
Servono azioni che agiscono su un ambito temporale di breve, medio e lungo periodo.
Da qui l'individuazione, da subito, di provvedimenti per la creazione di posti di lavoro soprattutto pensando ai giovani, e che, metta al centro la messa in sicurezza e la riqualificazione del territorio, a partire anche dalle novità introdotte dalla legislazione (Casa Italia) e soprattutto che affronti le emergenze non solo morfologiche.
Si devono affrontare le riforme necessarie e le scelte indispensabili con progetti operativi per ognuno degli argomenti strategici, che devono fondarsi su una condizione generale del territorio che sia attrattiva per gli investimenti, efficace e produttiva, che permetta cioè di moltiplicare il valore che i singoli progetti producono, anche a partire dal mondo delle società partecipate, intese come volano di quella crescita.
Per questo sono indispensabili approcci strutturali all’insegna dell’equità sociale, dell’inclusione e della promozione di un certo modo di fare impresa dentro una concezione rispettosa del territorio.
Al centro il ruolo della Pubblica Amministrazione, come elemento di garanzia, di regolazione e di promozione che restituisca legalità ed effettivo controllo, senza incrementare la burocrazia.
Della rivoluzione culturale deve far parte l’uscita dall’annoso dibattito per cui il pubblico deve ritirarsi dall’economia oppure, versione dell’ultimo periodo, deve ridurre il suo perimetro.
Se si vuole costruire un nuovo modello di sviluppo, o se intendiamo fermare davvero il declino, contrastare la deindustrializzazione e riavviare la crescita, l’intervento pubblico è non solo necessario, ma essenziale.
Debbono essere condivisi percorsi in cui si abbatta la burocrazia che rallenta, e si ricreino quegli strumenti che restituiscono certezza degli investimenti e che facilitano i processi, ne individuano le direttrici, traducendo i dettati della politica in chiare procedure operative, così per l'industria, così per la progettazione e la realizzazione delle infrastrutture (materiali e immateriali), così per il welfare locale.
Un sistema che intensifichi le maglie che espellono i soggetti illegali, che danneggiano le tante imprese rigorose del territorio. Si deve sostenere l'impresa che opera rendendo il lavoro stabile e regolare ed escludere quel mondo imprenditoriale che dallo sfruttamento del lavoro e del territorio, genera profitti per pochi a discapito della collettività.
Non è attraverso la soppressione delle municipalità che si opera un recupero del protagonismo del territorio e della propria specifica articolazione. Esse non possono assumere un ruolo marginale nel pieno compimento del dialogo democratico tra il centro e il territorio e semmai, devono diventare snodi centrali nella trasformazione delle politiche in prassi, soprattutto nella dimensione della Città Metropolitana.
Bisogna attuare provvedimenti che dissuadano l'utilizzo dei voucher che a Venezia rappresentano una vera e propria epidemia che sta contaminando anche settori che ne erano immuni, soprattutto attraverso il controllo delle attività.
Serve una rinnovata attenzione alle politiche attive del lavoro e ell'apprendimento permanente, che ne certifichi il percorso.

INDUSTRIA E BONIFICHE
Proprio dalle bonifiche e in attuazione all'accordo di programma del 2012 in cui si identificavano chiari percorsi e tempi certi, purtroppo disattesi, proprio da questo sforzo, la politica del territorio deve ripartire per ri-fondare un nuovo modello industriale basato sulla sostenibilità e l'innovazione, attrattivo per investimenti non solo nazionali ma internazionali.
La gestione delle stesse assume un carattere di prioritaria importanza in quanto significa un punto di ripartenza dopo averne ripensato sia le modalità sia il tipo di progettazione industriale ed economica successiva.
Quell'accordo deve essere applicato nella sua interezza e sviluppato sui temi in cui si è dimostrato maggiormente deficitario, rafforzando non solo la materia della gestione ambientale, ma anche il vincolo del reinsediamento industriale, che allarghi i confini del S.I.N. e che preveda un costo di bonifica che sia coerente rispetto al tipo di reinsediamento che si vuole attuare.
Dovrà essere incontrovertibile il mantenimento della vocazione industriale e praticata ogni deterrenza verso le speculazioni. Magari ripartendo dai piani di investimento che tutte le aziende hanno presentato anche in tempi passati e creando le condizioni di rafforzamento e radicamento dell’industria stessa, favorendo anche processi di rinnovamento, prevedendo ciò che gli accordi di bonifica precedenti non hanno acconsentito.
Non c’è dubbio che a Marghera il passaggio di aziende e settori dalla gestione pubblica a quella privata ha rappresentato un arretramento e una perdita di capacità industriale. Le privatizzazioni non sono state all’altezza della sfida che esse stesse si proponevano di lanciare, e non si sono visti né le innovazioni né i miglioramenti organizzativi promessi. Nel giro di pochi anni è stato dilapidato il patrimonio industriale ereditato dalle partecipazioni statali, fatto anche di know how, di tecnologie e di buon posizionamento sul mercato e spesso ristrutturato in fase di vendita sulla base dei progetti industriali di cui i privati si dicevano portatori.
Al contrario sono state chiuse aziende con caratteristiche positive per il territorio, con produzioni pulite e non inquinanti ed ad alta intensità di manodopera.
Le scelte sbagliate ci hanno consegnato una pesantissima eredità.
Servono investimenti pubblici e privati che vadano in questa direzione. Le maggiori aziende meccaniche con sede legale a Venezia, sono collocate al di fuori della zona industriale di Porto Marghera, mentre i grandi gruppi presenti ad eccezione della Fincantieri Spa, da tempo versano in condizioni di crisi.
Le aziende vivono una crisi progettuale e di prospettiva che preoccupa e che ne mette in discussione la stessa esistenza.
Non migliore è la sorte delle imprese chimiche e della loro inesorabile fase di declino. Non bastano gli investimenti effettuati da Eni per far ripartire un tessuto asfittico eppure potenzialmente vantaggiosissimo.
È improcrastinabile ultimare la bonifica delle aree terminando i marginamenti. Non farlo significherebbe anche invalidare gli investimenti di 760 milioni di Euro sin qui impiegati. Le risorse debbono in fretta essere stanziate. Probabilmente la via commissariale, per accelerare i tempi, resta l'unica auspicabile anche per allontanare la stagione di anni di malaffare, di sperpero di risorse pubbliche e di gestione affaristica e a tratti illegale, che ha fatto confluire ingenti risorse economiche nelle mani di pochissimi a discapito della collettività.
Legalità come valore. Trasparenza come elemento qualificante. Selezione dei soggetti imprenditoriali con gare aperte e chiare. Il tutto nel rispetto di tempi celeri, con responsabilità definite e percorsi di semplificazione offerti.
Partendo da Porto Marghera ed estendendo questa pratica all'intero territorio metropolitano, soprattutto dove il volume delle attività prevede la generazione di appalti specific i (dalleattività manutentive, a quelle dei trasporti, a quelle delle mense ecc), bisogna costruire vincoli normativi territoriali e inserire nei bandi creati dalle committenti, criteri specifici legati alle certificazioni ambientali, ISO, EMAS ecc, magari già in possesso delle aziende committenti. Questo significa dare una consistente prevalenza alla qualità del lavoro e anche riportare al centro temi quali la formazione e la sicurezza sul lavoro e per l'ambiente,
con criteri e linee guida precise e chiare per tutti. Sarebbe inoltre fattore di selezione qualitativa dei soggetti partecipanti alle gare.
Servono politiche capaci di far ritornare le attività che hanno delocalizzato e che debbono trovare in questo contesto linfa vitale ad un nuovo radicamento. Per questo, il sindacato confederale del territorio saprà fare la propria parte anche nel generare nuova contrattazione territoriale che liberi dall’idea che si può emergere dalla sfida globale, meramente con l'abbassamento del costo e delle tutele in capo a chi lavora, ma soprattutto attraverso la certezza e l’esigibilità delle norme.
Le aree della Città Metropolitana devono diventare un contesto infrastrutturale, logistico e di servizi, vocato alla semplificazione e all'abbattimento dei costi di accesso. Sistemi integrati, favorevoli a sviluppare idee e progetti e dove le risorse degli investimenti vengono utilizzati tutti nel ciclo produttivo e non dissipate in costi accessori, per consulenze, in burocrazia o peggio, per illegalità o corruzione.
Il rapporto con il mondo della Università, dovrà essere intensificato e reso strutturale. Va accorciato il percorso che separa gli studi dalla produzione, rispettando l’autonomia della ricerca.
È necessario quindi ridare un ruolo centrale e strategico al parco Scientifico Tecnologico, rinforzandone con determinazione la centralità per le scelte dell'intera area metropolitana.
Deve diventare un impegno di tutti i soggetti, affinché attorno a tale istituto si creino le condizioni per costanti flussi di finanziamento finalizzati alla creazione di nuovi modelli produttivi, di rilettura del territorio e per il consolidamento dell’incubatore di Start-up, senza il quale nuove esperienze tecnologiche non potranno tradursi in operatività produttiva e in modelli di nuovi modi di fare impresa.

L'AGENZIA PER LO SVILUPPO
La CGIL guarda con sospetto e preoccupazione alla nascitura agenzia per lo sviluppo della città di Venezia.
Ancora non si comprende appieno quale sia lo scopo di tale istituto troppo legato a Venezia e estraneo alle dinamiche della Città Metropolitana, a cui le parti sociali del territorio sono completamente estranee ed in cui resta troppo sbilanciata la capacità decisionale del primo cittadino a discapito del coinvolgimento dei soggetti produttivi del territorio.
Serve maggiore chiarezza sia sull’accentramento di funzioni, ma soprattutto sulle prerogative di tale ente, in un contesto in cui è necessario, mmediatamente, ricostruire le competenze in capo ai tanti soggetti con titolarità, nel territorio. Il tema dei veti incrociati, ovvero dello “scaricabarile”, sempre più spesso, compromette la celerità della decisione e non permette una chiara identificazione delle responsabilità.
È così, ad esempio, nella negazione dello status di “area di Crisi complessa” a Porto Marghera, dove non ci è ancora dato sapere quale sia il motivo di tale estromissione, se la questione sia solo formale o sostanziale e dove siano eventuali responsabilità.
È certo opportuna una riunificazione delle competenze, ora parcellizzate tra Stato, Regione, Procuratore e Città Metropolitana, soprattutto sul tema della salvaguardia della Laguna, ma solo se tale prerogativa viene assegnata ad un organismo pubblico e collegiale e non già ad un società privata e monocratica.
Lo sviluppo avviene privilegiando aziende che praticano processi di innovazione finalizzati alla creazione di prodotti ad alto contenuto tecnologico e alto valore aggiunto, attraverso le quali si mantiene il know-how proprio del territorio che è anche artigianale, dove resta centrale la competenza, valorizzata attraverso la realizzazione computerizzata e robotica.
Ci aspettiamo che tale ente si adoperi anche per favorire semplificazione, istituire un sistema stabile di promozione internazionale dei nostri prodotti, abbattendo le barriere spaziali, attraverso canali consolidati di e-commerce. Auspichiamo che tale Ente favorisca l’accesso al credito e metta ulteriormente in rete il sistema bancario con quello produttivo favorendo gli investimenti necessari. Per ora il tutto pare lettera morta.
Il territorio Gli anni della crisi hanno consegnato un tessuto produttivo trasformato e purtroppo ridimensionato.
Questo può e deve diventare l'occasione per ridisegnare il territorio e ripensare la morfologia e la redistribuzione degli insediamenti industriali e produttivi, trovando meccanismi di compensazione tra i vari Comuni del territorio ed evitando il proliferarsi della sprawl-city.
Gli ultimi avvenimenti nel Veneto Orientale, i continui allagamenti a seguito di fenomeni piovosi anche modesti, dimostrano che non è più possibile rimandare la messa in sicurezza di un territorio oggetto di un eccessivo consumo e sfruttamento di suolo, attraverso processi 8 Piano per il lavoro Venezia metropolitana di cementificazione ed impermeabilizzazione, che hanno prodotto nel corso degli anni migliaia di capannoni industriali e condomini rimasti ad oggi improduttivi e disabitati.
Argini dei fiumi, architetture antisismiche, rischio incendio, bonifiche dell'amianto dagli edifici, anche pubblici, a partire dagli istituti scolastici, sono alcuni esempi che non debbono rappresentare vincoli e pastoie, ma essere catalizzatori per la ripresa. Occasioni di creare lavoro e sviluppo puntando sulla green economy e al consumo di suolo zero. È in questa direzione che deve essere terminato il lavoro dell’Idrovia, non solo come incremento della rete e dell’intermodalità, ma anche per scongiurare il rischio idrogeologico, legato ai fenomeni piovosi. Sullo stesso versante, vanno gli urgenti interventi di manutenzione degli argini dei fiumi.
Il recupero dell'esistente dovrà superare di gran lunga la realizzazione di nuove costruzioni, adottando processi di controllo sull'assegnazione degli appalti, per evitare il rischio di infiltrazioni mafiose, oramai una piaga che colloca la nostra regione ai vertici della classifica nazionale, oltre al malaffare e allo sperpero di denaro pubblico, come gli ultimi scandali relativi alla realizzazione delle opere di bonifica di Porto Marghera e del MOSE hanno evidenziato.
In particolare sarebbe opportuno attraverso la promozione di un tavolo permanente metropolitano, siglare dei protocolli con le Stazioni Appaltanti Pubbliche, integrativi e migliorativi della normativa vigente, mirati al contrasto delle infiltrazioni mafiose e del fenomeno del dumping contrattuale, al fine di garantire il giusto rapporto tra costi e qualità del lavoro, limitando l'utilizzo del sub-appalto, attraverso la reintroduzione degli indici di congruità, rendendo esigibile la garanzia occupazionale e i diritti dei lavoratori.
Il primo impegno deve essere quello di rafforzare l’unità territoriale. Ancora una volta essa viene messa a rischio da un referendum che la vuole separare, allontanando attività, imprese, lavoratori e cittadini, per interessi particolari da un lato, ma che trova più consenso che in passato a causa del malessere che ormai, per motivi diversi e per l’assenza della politica, vivono i suoi cittadini.
Ricostruire il territorio dal lavoro rappresenta per noi un’idea imprescindibile da ogni altra strategia, per riaffermare il senso di comunità e di cittadinanza e per ridare coerenza alla sua articolazione.
Questo percorso può essere possibile solo se si riafferma una nuova idea di città in totale discontinuità con l’uso distorto che si è fatto in questi anni.
Il tutto partendo dalla ferma convinzione che Venezia è la sua laguna e che salvaguardare  Venezia è salvaguardare la sua laguna.

SOSTENIBILITÀ - EQUILIBRIO
Non può essere che un solo settore si candidi quale motore dello sviluppo e della ripresa e neppure che le scelte partano da principi quantitativi. Neppure può essere che nella costruzione della decisione non siano coinvolte le parti sociali del territorio e i suoi abitanti.
Venezia è anche il suo turismo, sia quello artistico, storico e ambientale, legato al centro storico, alle isole della laguna, alla Riviera del Brenta e a molta parte del Veneto Orientale, ma anche quello legato alla balneazione estiva e al divertimento, tenendo conto che il territorio ha anche una forte vocazione industriale e una conclamata potenzialità mercantile e portuale.
Non è affatto scontato immaginare un futuro in cui questi fattori, assieme, dovranno concorrere alla prosperità e allo sviluppo del territorio, con altri troppo spesso trascurati dalle scelte. Agricoltura di qualità, enogastronomia, itticultura, rappresentano eccellenze del territorio che necessitano di decisioni e finanziamenti per il loro rilancio, e possono rappresentare un volano per la creazione di lavoro.
Anni di discussioni, di analisi e di convegni, anni di progettazione costosa e parzialmente inutile e di opere più o meno incompiute, anni di promesse e di mancati investimenti, di scandali, per giungere oggi alla desertificazione industriale, hanno prodotto una offerta turistica talvolta improvvisata se non addirittura fuori legge e clandestina, con scarsa redistribuzione della ricchezza al territorio, con il conseguente abbassamento della qualità del lavoro e dell'offerta.
Manca una visione di contesto adeguata e una spinta verso la programmazione futura che ricerchi nel rapporto armonico dei fattori la fortuna di ognuno di questi, senza provocare conflitti e sottovalutazioni dei valori economici, di volumi, etici, ambientali, sociali, in campo.
Per noi, rimettere al centro il lavoro significa ridare energia a tutte le potenzialità che il territorio esprime, evitando contraddizioni e conflitti tra i vari segmenti, ma operando sul versante della più ampia integrazione tra i vari elementi che compongono la varietà territoriale in termini di risorse materiali, infrastrutturali, logistiche, di competenze ed attitudini legate anche e soprattutto alla sua storia più o meno recente.
Ci aspettiamo che il Piano Strategico, elemento realmente qualificante dell'attività del Consiglio Metropolitano e del suo Sindaco, che dovrà tra breve accompagnare lo Statuto della Città Metropolitana, prenda l'abbrivio da queste considerazioni.
Auspichiamo che venga modulato con il più ampio coinvolgimento delle parti sociali del territorio e che sia basato sulla considerazione che i processi di nuovo sviluppo devono essere basati sulla sostenibilità e compatibilità sociale, ambientale ed economica, proteggendo le varie fragilità.
Il nostro territorio da troppi anni è deturpato ed inquinato da un modello produttivo che ora deve essere riconvertito restituendo alla popolazione terra e acqua pulite, città vivibili e naturalmente buon lavoro.

TURISMO
Lo sviluppo eccessivo, deregolamentato e incontrollato del turismo ha piegato l'equilibrio della Città, mortificando ogni altra attività produttiva, artigianale, culturale e creativa, riducendo la residenzialità ad un uso quasi esclusivamente commerciale, speculando anche su chi a Venezia studia, rendendo praticamente impossibile la ripartenza di un reinsediamento abitativo, a partire dal Centro Storico. Rivogliamo una città aperta e ospitale e non questa realtà degradata, fasulla e molte volte illegale.
Dentro un’offerta turistica ampissima e molto differenziata, in tutto il territorio, convivono alberghi pluri-stellati assieme a “bed and breakfast” fuorilegge, dilaga il lavoro irregolare, improprio o sottopagato, come quello dei voucher, ad esempio.
Il turismo senza regole ha restituito un sistema deregolamentato in cui il lavoro sta pagando le conseguenze peggiori e la buona imprenditoria viene scalzata da quella cattiva, attraverso la predominante lotta sul massimo ribasso del costo del lavoro e del servizio, e solo marginalmente sull'accrescimento della qualità o sulla valorizzazione delle infinite specificità offerte.

Ci vuole, proprio a partire dal Piano Strategico della città metropolitana, l'istituzione di buone pratiche e di costanti relazioni tra le istituzioni, gli operatori e le parti sociali e si deve ribadire con forza la lotta all’illegalità. Quella dell’abusivismo edilizio, dell’offerta fai da te e illegale, quella dei trasportatori o delle guide improvvisate, quello, dilagante della contraffazione e vendita di materiale non originale, imitazioni scadenti dell’artigianato evoluto del nostro territorio. In ognuna di queste filiere paga il lavoro onesto, paga la città.

Chiediamo la realizzazione di un Tavolo Permanente Metropolitano di analisi e per la costruzione di un nuovo progetto della città che impedisca e limiti la sua già avviata trasformazione in luogo dedicato solo al turismo, che ne razionalizzi le attività commerciali, che reperisca percorsi per la difesa delle lavorazioni tradizionali, che identifichi modalità di valorizzazione e di connessione con le varie realtà del resto del territorio.
Ripensare il turismo a partire da Venezia, non significa creare il numero chiuso, che renderebbe la città un parco a tema, ma, a partire dal turismo internazionale, identificare misure che programmino gli accessi, calendarizzando e ordinando gli arrivi, soprattutto dei grandi gruppi.

L'idea nuova della città, deve riportare l'equilibrio economico, sociale e ambientale al centro della politica.
È necessario ripensare gli accessi e i percorsi all'interno della città, valorizzando l’intero territorio, magari ipotizzare ampi pacchetti di offerta, anche legandoli a temi monografici.

È necessario che al turismo però vengano offerti servizi specifici e offerte differenziate, sia sul versante delle facilities (bagni pubblici, spazi per sosta e riposo ecc..), prevedendo costi di accesso e servizi differenziati.
L'intervento del Comune in questa direzione è indispensabile.
Il turismo poi deve essere pensato in un'ottica di contesto che ricomprenda al proprio interno anche il resto della regione, a partire da Padova e Treviso.
Utilizzare il brand “Venezia”, per creare una rete che coinvolga l'intero territorio vasto, magari con la proposta di percorsi inediti legati alle varie filiere di qualità presenti anche nei territori limitrofi, che parlano di agricoltura, wellness, allevamento, artigianato, dando volano allo sviluppo di contesto, permettendo la creazione di attività di supporto, la nascita di nuova imprenditoria e di nuovo lavoro. Tutto questo per superare il concetto di turismo stagionale, magari solo balneare, pur importante e da valorizzare ulteriormente, (si pensi, solo ad esempio alle meraviglie rappresentate da Chioggia e dal territorio di Treporti) verso un'offerta continua che coinvolga l’intero arco dell’anno e l’intero territorio.
È in considerazione di ciò che i confini della sola realtà metropolitana risultano troppo stretti per immaginare una sistema turistico all'altezza delle sfide. Ipotizzare sistemi extra provinciali, darebbe pieno compimento al concetto di metropolitanità e permetterebbe una crescita organica, la salvaguardia delle specificità, la protezione del sistema artigianale e la sua valorizzazione in una idea di contesto ampio.

Sul tema delle grandi navi in laguna, riteniamo che non sia percorribile, in un breve e medio periodo, lo spostamento della Stazione Marittima altrove. È comunque urgente attuare ogni provvedimento che ne attenui l'impatto. Non solo sul versante della rotta, lontana dal centro storico e non conflittuale con il traffico commerciale, ma anche su quello dell'inquinamento prodotto dalla sosta nella stazione marittima stessa, che deve essere annullato attraverso la fornitura elettrica della navi da subito.
Sembra abbastanza chiaro che non si scaveranno nel prossimo futuro altri canali in laguna e prende forza il progetto di fare attraccare le navi passeggeri a Porto Marghera. Non esiste da parte nostra alcuna pregiudiziale a questa soluzione propedeutica alla salvaguardia del settore, vanno però affrontate e risolte le questioni legate alla capacità del Canale dei Petroli, “considerando che è a senso unico”, alla capacità dei bacini di evoluzione di permettere le manovre di navi di quelle dimensioni e, da ultimo, agli ostacoli presenti (tubazioni ed elettrodotti, considerati sottoservizi) che possono rappresentare impedimenti
futuri.
L’ipotesi di spostamento degli attuali terminal commerciali, comunque, non dovrà creare difficoltà alle imprese rispetto all’incertezza legata alla scadenza di quasi tutte le concessioni demaniali nell’anno 2020.

Ogni ipotesi dovrà quindi essere presa assieme e non in contrapposizione con il traffico commerciale del porto e del reinsediamento industriale, ricordando che i costi nautici dei servizi e della sicurezza della navigazione del porto commerciale e industriale, sono pagati anche grazie alla presenza e al contributo tariffario delle crociere, senza le quali il porto di Venezia rischia di vedere lievitare i costi delle merci e di essere conseguentemente meno
competitivo.
Un nuovo umanesimo urbano a partire dal commercio Il modello sul quale si è basato lo sviluppo del sistema commerciale ne è ora, il limite maggiore.
Il dilagare delle zone commerciali e la liberalizzazione degli orari e delle modalità di vendita ha comportato la logica conseguenza di una concorrenza tra operatori che ne determina un graduale impoverimento e una drastica diminuzione dei diritti e del salario in capo a chi lavora. È necessaria una riscrittura strategica del sistema e una nuova collocazione territoriale
che rimetta al centro il tessuto urbano delle città e ricostruisca il filo diretto tra le
varie produzioni e la rete commerciale, utilizzando la filiera corta come volano per un nuovo sviluppo basato sulla connessione della rete produzione-commercializzazione.
Non è più possibile pensare ad uno sviluppo compatibile senza considerare ripensare al centro commerciale urbano e diffuso, che ridia ai luoghi il ruolo che naturalmente hanno assunto nella storia del territorio, quali spazi di aggregazione, a partire dal centro di Mestre e da tutte le piazze presenti. Contrapporre il luogo della piazza, al non-luogo dei centri commerciali,
rivitalizzando non solo l’insediamento delle attività, ma rafforzando tutto un sistema di servizi legato alla sua diffusione, anche attraverso un efficiente e funzionale ripristino della viabilità pubblica, oltre a ricreare in quei luoghi momenti di socialità, di promozione culturale, di approfondimento attraverso manifestazioni ed eventi, non già fermandosi alle beghe sulle luci di Natale.
Deve essere poi ricostruita la filiera che lega l’artigianato al commercio, reperendo buone pratiche affinché la tematica del chilometro 0 non coinvolga solo i prodotti dell’agricoltura, della pesca e dell’allevamento, ma coinvolga anche momenti di diffusione commerciale legati alle nuove professioni e ai prodotti immateriali, riconducibili alla ricerca e allo sviluppo.
Il modello su cui è basato il commercio, obbliga ad un ripensamento del welfare territoriale, ri-progettandolo innanzitutto pensando al lavoro femminile, ricostruendo spazi e servizi che salvaguardino le famiglie, liberando il lavoro dal bisogno e permettendo la crescita professionale e l'autonomia soprattutto delle lavoratrici, rafforzando il ruolo del pubblico, anche attraverso gli strumenti offerti dalla contrattazione aziendale e territoriale. Questo deve avvenire in particolare a fronte della richiesta di prestazioni orarie disagiate rispetto alla vita di chi lavora, soprattutto in considerazione delle nuove dinamiche legate alla cura dei figli e degli anziani.

CONNESSIONI
Reti immateriali
Una capitale del mondo deve essere totalmente “smart”.
La piena copertura territoriale della banda larga permetterà ai cittadini un più agile accesso ai servizi, a partire da quelli pubblici, e alle imprese di incrementare la propria potenzialità sui mercati. Tutto questo deve essere accompagnato dalla costante offerta di alfabetizzazione informatica alla popolazione. L'investimento verso la piena cittadinanza digitale è
utile per ridurre le distanze e favorire l'autosufficienza. Reti materiali
La Città Metropolitana può essere innanzi tutto il consolidamento della rete territoriale che avvicina i luoghi e che abbatte i tempi di percorrenza.
Da subito devono essere realizzate le seguenti opere: la messa in sicurezza della statale Romea, il potenziamento delle linee ferroviarie regionali verso la stazione di Venezia Santa Lucia, l’organizzazione commerciale e l’efficientamento della portualità lagunare, il collegamento
ferroviario, anche con l’alta velocità, con l’aeroporto di Venezia e la conferma
della centralità di Mestre.
Deve essere potenziato il trasporto pubblico locale, anche e soprattutto con un progetto di compiuta sinergia con le aree limitrofe, facilitando il pendolarismo lavorativo.
Non crediamo sia opportuno che l'alta velocità cambi il proprio percorso e riteniamo che la stazione di Mestre debba essere potenziata fino a diventare un hub importante, uno snodo di transito e di intermodalità.
Il collegamento via rotaia con l'aeroporto rappresenta una scelta indispensabile, per uno scalo che si candida ad essere centrale nel traffico europeo e mondiale. Così come è importante ipotizzare un collegamento tra l'aeroporto di Venezia e quelli di Verona e Treviso.
Visto l'alto investimento del Gruppo FS nel percorso Mestre-Padova, che porterà al raddoppio delle frequenze su questa tratta, in entrambe le direzioni (un treno ogni 5 minuti), diviene indispensabile riprogettare per intero la mobilità della città metropolitana, pensando ad un servizio urbano ed extraurbano integrato a sud, con un piazzale di interscambio alla stazione di Mestre (gomma-ferro), e l'altro a nord, con interscambio in Piazzale Cialdini (tram).
Questo consentirebbe di decongestionare Piazzale Roma dagli autobus, traducendo i chilometri risparmiati per il transito sul ponte, in investimento di servizi aggiuntivi circolari urbani, mettendo maggiormente in connessione il centro di Mestre con l'ospedale e le zone limitrofe della città. In questo modo, acquisterebbe senso utilizzare i fondi nazionali a disposizione per prolungare l'attuale tracciato del tram verso l'aeroporto Marco Polo e verso la Stazione Marittima e, di conseguenza, verso il porto crocieristico. Tutto ciò con un duplice
vantaggio sul fronte del miglioramento della mobilità nella città metropolitana, che diverrebbe luogo di intermodalità, in cui si integrano le reti dei trasporti, con la creazione di un progetto complessivo dando un servizio maggiormente fruibile per i cittadini, e mettendo in relazione Porto, Aeroporto e ferrovia.
Servono, anche in questo settore, investimenti non solo in mezzi di trasporto ad impatto ambientale sempre più basso, ma anche verso soluzioni che consentano un servizio maggiormente flessibile e che favoriscano i tempi di vita delle città e la conciliazione di questi con quelli delle persone. In quest'ottica è assolutamente necessario pensare ad una integrazione tra ferro/gomma/acqua.
In una città, in cui l’invecchiamento degli abitanti è fortemente sentito e in aumento, vanno poste in essere politiche che affrontino tale realtà. Garantire l’accesso di queste cittadine e cittadini ad ogni luogo, a cominciare dai trasporti, diventa sempre più un argomento improcastinabile.
La popolazione anziana ha bisogno di una diversa e articolata risposta che ne favorisca la residenzialità e ne diminuisca le solitudini.
Grandi progetti, certo, ma contemporaneamente anche piccoli interventi che valorizzano la bellezza paesaggistica del territorio. Per tale motivo, la creazione di una rete di percorsi ciclabili nella città metropolitana, nelle sue diverse aree ed in connessione tra loro, favorirà l’attrattività dell’area per questa tipologia di turismo “green”, sempre più presente in Europa.
Con esse vanno e verranno favorite anche le cosiddette attività di contorno, soprattutto artigianali ed eno-gastronomiche, legate all’accoglienza diffusa.

IL PORTO
L'opportunità di avere una così importante area industriale in concomitanza di un attrezzato porto commerciale, deve essere fonte di crescita e sviluppo per entrambi g li ambiti, senza alcuna prevaricazione.
Si deve necessariamente rivalutare l'inter-porto veneziano implementando investimenti su aree logistiche non adeguatamente ammodernate per rilanciare un grande complesso intermodale messo in rete con le altre strutture già esistenti.
È strategica la discussione e la realizzazione del “punto franco” sul Porto che coinvolga anche Fusina, purché finalizzato a sviluppare il lavoro manifatturiero e di trasformazione dei beni. Potrebbe significare per la nostra realtà l’apertura di nuove esperienze imprenditoriali.
L’attivazione del sistema Mose nei prossimi anni, comporterà non poche difficoltà all’accesso nautico alle banchine della portualità commerciale. Occorre dunque da subito adeguare la conca di navigazione a Malamocco, unica via al porto quando il Mose sarà attivato rendendola, al contrario di oggi, fruibile per le dimensioni delle navi che attualmente fanno scalo a Marghera.
I costi dell'adeguamento non dovranno essere scaricati sulle merci, creando danni alla competitività del sistema con conseguenze sull'occupazione, ma devono essere ricompresi nei costi del sistema Mose, come previsto dalla progettazione e dall’approvazione dell'opera.

Lo stesso ragionamento deve valere per quello che capiterà nella posa in opera delle paratorie a Malamocco, che provocherà ritardi, restrizioni fisiche e temporali alle navi commerciali/ industriali, con potenziali e pericolose ricadute occupazionali.
Un nuovo porto Off-shore, dopo il giudizio del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, potrebbe diventare la risposta per salvaguardare nel tempo la portualità ed il sistema lagunare, ma unicamente dopo lo scioglimento di questi dirimenti aspetti che non sono ancora stati adeguatamente affrontati soprattutto nel rapporto con la città e cioè: l'impatto ambientale, la fonte del finanziamento, la fattibilità ed agibilità della struttura in qualsiasi condizione meteorologica e meteomarina, i costi di esecuzione e mantenimento, quelli dovuti alla “rottura di carico”, quanti mezzi spola tra off-shore e porto e le conseguenze
sull’attuale traffico acqueo, nonché sulla viabilità stradale e ferroviaria per incanalare i container verso le loro destinazioni.
Anche in quest’ottica, risulta quindi poco interessante, se non dannosa, la vecchia disputa tra i porti dell'alto Adriatico, tra realtà nazionali così vicine e così morfologicamente differenti, se il punto di vista è quello del mercato mondiale. Una vera sinergia e scelte chiare possono far lavorare le varie realtà in simbiosi per creare un sistema infrastrutturale, materiale ed immateriale, che possa competere anche con i porti del nord Europa.
Tale indicazione sta alla base del Decreto Legislativo 169/2016, sulla riorganizzazione, razionalizzazione e semplificazione dell'autorità Portuali, la cosiddetta Riforma dei Porti e della Logistica.

SOLIDARIETÀ
Sviluppo di welfare. Altro elemento fondamentale rispetto allo sviluppo della nostra realtà, nonché alle reali condizioni di vita di chi rappresentiamo è la qualità del welfare, a cominciare dal sistema sanitario e socio-sanitario, ma anche dai servizi che Comuni, Ipab ed altri soggetti che operano nel territorio debbono mettere in campo, in un sistema sempre più integrato e complementare.
Le politiche di welfare e socio-sanitarie, intese nell’accezione larga di promozione della salute come benessere psico-fisico della persona e delle comunità, sono tra gli elementi fondamentali per valutare l’evoluzione, la civiltà e, anche, la stessa attrattività, di un territorio e, sempre più, devono essere un elemento importante della nostra azione progettuale e rivendicativa.
In questi anni, sulla base delle scelte programmatorie effettuate dalla Regione del Veneto, molto si è discusso su un cambiamento del sistema, con una nuova centralità del territorio e l'istituzione di nuovi servizi, ma, sia per le contraddizioni e gli errori contenuti nel piano, passando per l'eccessiva specializzazione dei poli ospedalieri, e sia per il mancato intervento sui sistemi di finanziamento (sottofinanziamento delle ULSS periferiche e appesantimento delle condizioni di bilancio dell'ULSS Veneziana dovuta in particolare ai progetti di finanza), ben poco è stato fatto e, casomai, si sono accentuate le condizioni di disuguaglianza tra le varie zone della nostra Area Metropolitana.
A questo si aggiunga che, oramai da circa un anno, tutto è rallentato, nell’attesa della definizione, avvenuta pochi giorni orsono da parte del Consiglio Regionale, della nuova governance del sistema sanitario regionale.
Su questo tema abbiamo da tempo indicato come, per quanto ci riguarda, non fosse elemento particolarmente dirimente l’estensione delle nuove ULSS territoriali, anche se quanto emerso ci lascia perplessità legate alla reale mancata assunzione di un modello unitario regionale (ULSS provinciali? ULSS di medie dimensione?, ULSS territoriali?) e sulla nostra provincia sembra essersi scaricata, più che in altri luoghi, una scelta legata alla visibilità politica più che ad una reale ricerca di miglioramento quali-quantitivo dei servizi erogati al cittadino.
Una nostra preoccupazione riguarda il fatto che, se non saranno posti seri correttivi a quanto sopra indicato in termini di finanziamento, entrambe le ULSS che insisteranno nella nostra Città Metropolitana rischiano di vedere aumentati i problemi già precedentemente rilevati.
Dobbiamo ribadire quindi, nella nostra iniziativa, in particolare in sede di contrattazione sociale e territoriale, che deve essere estesa e divenire più stringente e maggiormente capace di investire l'intero corpo dell'organizzazione, l'idea di un'integrazione socio-sanitaria, in cui la persona sia al centro e in cui vi sia una sua reale presa in carico.
Risulta però altrettanto rilevante, alla luce delle ultime novità intervenute, in particolare per l’ambito relativo all’ULSS Serenissima, capire come verrà cambiata la programmazione esistente, come cambieranno i ruoli delle strutture esistenti e come vi sarà una nuova integrazione e interazione tra di esse.
Dal nostro canto riaffermiamo la continuità della filiera medicina di base-assistenza territoriale e distrettuale-assistenza ospedaliera-strutture intermedie.
Così come riaffermiamo che l'Ospedale di Mestre deve comunque divenire il centro di riferimento per l'intera provincia, in rete con gli altri ospedali del territorio e con la riconversione e riqualificazione in termini riabilitativi delle strutture di Noale e Jesolo.
Un ragionamento specifico va posto in essere per i cosiddetti territori di confine, in particolare verso la Regione del Friuli Venezia Giulia, con cui risulterebbe utile stipulare un accordo (tra Regioni) per l'usufruizione dei servizi offerti dalle strutture operanti in quegli ambiti.
Dicevamo che la nostra azione va rilanciata, sapendo che in tante parti del nostro territorio sono necessari importanti interventi strutturali sugli ospedali esistenti e sui distretti, così come si deve passare dalla fase di pura progettazione alla fase di concreta operatività delle nuove strutture intermedie (ospedali di comunità, URT, Hospice, SAPA, ecc.), nonché dei servizi di presa in carico della persona (COT).
Sulla base di questa visione strategica, particolarmente rilevante risulta essere il tema della riorganizzazione e della riqualificazione della medicina di base, con l'estensione su tutto il territorio provinciale delle Medicine di Gruppo Integrate, aperte in una fase iniziale almeno h12.
Ad oggi pochi sono gli esempi di questo tipo realmente esistenti nel territorio, il che conduce a 2 conseguenze negative: da un lato, anche per questa via, si mantengono differenziazioni inaccettabili sui servizi erogati alla cittadinanza e, dall’altro, non si pongono argini ad alcune strozzature esistenti nel sistema.
Infine, ma non di certo ultimo, dal nostro punto di vista, vanno rilanciati i servizi legati alla prevenzione, da sempre la cenerentola del sistema sanitario, e in particolare i servizi legati alla sicurezza nei luoghi di lavoro, fortemente depauperati, anche in termini di personale, negli ultimi anni.
Riteniamo inoltre che, anche sulla scorta di quanto avvenuto positivamente nel Comune di Venezia con la precedente amministrazione, tramite la nascita della Fondazione Venezia Salute, vadano sperimentate nuove forme di gestione dei servizi, avvalendosi del supporto delle IPAB e dei Centri di Servizio esistenti nel territorio, cui è necessario chiedere un ulteriore sforzo in termini di innovazione e coraggio nel mettere a disposizione le proprie competenze e professionalità in una prospettiva di maggiore integrazione, tra ULSS, Comuni e altri soggetti che operano in questi ambiti.
Crediamo sia però solo il caso di ribadire come queste scelte siano state facilitate anche dal ruolo propositivo (ed anche rivendicativo) operato in questi anni unitariamente dalle Confederazioni, assieme al sindacato pensionati e alle categorie interessate, anche attraverso la realizzazione di parti della piattaforma unitaria sulla contrattazione sociale.
In questo periodo purtroppo stiamo assistendo, nel Comune di Venezia, nella Città Metropolitana e, anche, in diverse altre realtà del territorio, ad un forte arretramento, financo all’azzeramento, del livello di interlocuzione e di dialogo con le forze sociali, in una sorta di autosufficienza della politica dentro la pubblica amministrazione che risulta esserci incomprensibile e inaccettabile.
Per il rilievo che i temi meritano riteniamo inoltre che la Città Metropolitana di Venezia, debba inserire nel proprio piano strategico le scelte fondamentali di organizzazione dei servizi di welfare e sociosanitari, così come recuperare lo scarto vissuto tra una ipotesi alta di Statuto e quello, mediocre e burocratico, approvato, anche sui temi delle sinergie e sulle interazioni tra diverse P.A., con particolare attenzione alle Unioni Comunali, nell'ottica del rilancio di una amministrazione pubblica più efficiente e efficacie.
In questo ambito riteniamo utile proseguire nelle iniziative per la definizione di livelli omogenei delle prestazioni sociali, per dare uniformità a servizi oggi sempre più indispensabili, e che però, in assenza di una definizione nazionale e/o regionale, potrebbero trovare una loro naturale sintesi almeno nell'ambito della Città Metropolitana.
Deve diventare centrale nella nostra iniziativa, ribadire la necessita affinché vengano prodotti investimenti costanti sul versante dalla prevenzione, della formazione e dell’assistenza delle vittime della violenza di genere. Restiamo contrari ad ogni ipotesi volta a ridurre stanziamenti ed interventi e soprattutto il presidio capillare nel territorio di centri dedicati e dei consultori.
Nella stessa direzioni chiediamo che non vengano ridimensionati gli interventi del Comune contro la Tratta di Esseri Umani.

La CGIL stigmatizza quanto operato in questo anno dall’amministrazione comunale di Venezia sia in termini di mancanza dialogo e relazioni con le forze sindacali e sociali e sia in termini di diminuzione o addirittura azzeramento di assistenza alle fasce deboli della cittadinanza.
Per quanto ci riguarda il ruolo della contrattazione sociale e territoriale diviene il paradigma dell’attività del sindacato ed è strumento anche per il recupero di spazi di democrazia e partecipazione per lavoratrici, lavoratori, pensionate e pensionati.
Questo strumento risulta opportuno anche per progettare, a partire da Venezia, dal suo centro storico, accanto a quanto già esistente, un nuovo progetto di welfare, che potremmo chiamare leggero, indirizzato soprattutto agli anziani e alle persone sole, articolato in azioni sinergiche, teso ad accorciare le distanze, ad includere, a non lasciare nessuno mai solo, contrariamente a quanto oggi invece viene rilevato nella percezione comune.
Potremmo proporre in fondo poche azioni: dalla creazione di un centro chiamate anziani, con rapporti costanti e fortemente umanizzati, ad azioni che favoriscano il co-housing per gli anziani, o comunque per i cittadini che ne abbiamo l’esigenza o ne rilevino l’utilità, fino ad un sistema di trasporti urbani a chiamata, su misura delle persone in difficoltà e realmente esteso su tutto il territorio della nostra provincia.
Risulta evidente, a nostro avviso, che tutto questo può essere realizzato, partendo da un reale monitoraggio di quanto già esistente, se vi è un rapporto davvero sinergico tra tutte le realtà istituzionali esistenti, se vi è una interlocuzione e un dialogo costante con le rappresentanze sociali e del territorio, e che veda il coinvolgimento di soggetti del volontariato e/o privati, ma con un livello forte di programmazione e controllo da parte della pubblica amministrazione.

INNOVAZIONE CONTRATTUALE
Non è pensabile la costruzione di un territorio moderno senza pensare che essa sia accompagnata da altrettanta modernità sul versante della contrattazione.
Per quanto riguarda questo argomento, la Cgil ribadisce l'applicazione piena dell'accordo interconfederale del 14 gennaio 2016 e propone la sperimentazione di forme di partecipazione dei lavoratori alle scelte delle imprese, alla definizione degli obiettivi, alla loro realizzazione nell’ambito territoriale.
Alla contrattazione collettiva spetta il compito di determinare salario e diritti in capo a chi lavora, ma anche di promuovere nuova occupazione stabile, di qualità e regolare, ma proprio per effetto dell'accordo del gennaio 2016, questo non preclude, anzi favorisce, attraverso un costante rapporto con la politica del territorio, la strada alla contrattazione territoriale di settore, confederale e sociale, che affronti i temi soprattutto in ambiti frantumati e parcellizzati, in una moltitudine di realtà industriali, produttive e sociali, magari anche con l'utilizzo della bilateralità territoriale.
Tutto questo per favorire processi che facciano aumentare per le imprese gli investimenti, assumano il valore del lavoro come obiettivo strategico, realizzino innovazioni di processo e di prodotto, impieghino più risorse nella ricerca, favoriscano le aggregazioni fra imprese e la crescita dimensionale, per rafforzare la capacità di rispondere alla competizione internazionale.
Il tutto per generare più crescita per il nostro territorio e per tutto il Paese.
Serve una nuova stagione nella contrattazione territoriale in senso ampio, un nuovo protagonismo di quegli attori sociali che hanno il compito della rappresentanza, per dare risposte alle numerose richieste attinenti la sfera lavorativa, i diritti di cittadinanza, e anche per rispondere alle domande di chi il lavoro non ce l’ha. Risposte ad una crescente domanda di sicurezza, che in alcune aree del territorio ha superato i limiti di guardia, di legalità, di welfare, di formazione e mercato del lavoro. Risposte che, solo attraverso la costruzione di progetti e protocolli collegiali e condivisi, con la partecipazione tanto del pubblico quanto del privato, evitando gli interessi particolari, ricreino una stagione di dialogo costruttivo.
Occorre un lavoro costante e ostinato perché si attivino tavoli permanenti ed efficaci che si occupino anche di bilateralità, di mercato del lavoro e formazione, attraverso la contrattazione territoriale e sociale, che è anche lotta al lavoro nero, all’evasione fiscale e contributiva.
Occorre una rinnovata attenzione al lavoro femminile e alla sua liberazione, alla regolarità negli appalti e alla lotta condivisa e corale contro ogni forma di sfruttamento che coinvolge i singoli e ferisce l’intera collettività.

Assemblea generale CdLM Venezia - 24 ottobre 2016